Come diventare doppiatore: la testimonianza di Danilo de Girolamo

Di Flavia Grossi.

Il presidente dell'ANAD (Associazione Nazionale Attori Doppiatori) racconta come avvicinarsi al mondo del doppiaggio

COME DIVENTARE DOPPIATORE - De Niro, Robin Williams, Susan Sarandon... volti noti sullo schermo da sempre associati a una voce che non è la loro. Da sempre i doppiatori in studio lavorano e rianimano i dialoghi per il pubblico. Danilo de Girolamo ci introduce in questo universo nascosto.

Quando hai deciso di diventare doppiatore?

Al doppiaggio sono arrivato nella seconda metà degli anni 80 grazie a Gil Baroni con il quale avevo terminato da poco la tournèe del “Macbeth” diretto e interpretato da Vittorio Gassman. Fu lui a “costringermi” a sostenere il provino.

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Qual è stato il tuo percorso formativo?

La mia formazione è stata quella per chi vuole fare l’attore: la Bottega Teatrale di Firenze fondata e diretta da Vittorio Gassman e in seguito da Paolo Giuranna. In seguito ho riconsiderato la mia base professionale e per questo motivo ho frequentato alcuni seminari.

Esiste un percorso formativo ideale oppure è meglio essere in qualche modo autodidatta?

Io distinguerei per forza di cose due aspetti: il primo pone come fondamento della futura professione l’aver frequentato una buona se non ottima scuola di recitazione. Il secondo riguarda quella fase artigianale che consiste nel seguire il lavoro assistendo ai turni di doppiaggio, possibilmente dopo essersi formati come attori o al limite durante la frequenza di una scuola.

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Quali sono state le difficoltà maggiori prima di arrivare ad occupare la tua attuale posizione di lavoro?

Quelle normali per chi intraprende una professione molto specializzata e l’aver dovuto capire bene che nel doppiaggio non bisogna mai “mettersi davanti” al personaggio e all’attore che lo fa vivere sullo schermo, credo sia il sistema migliore per fare in modo che il pubblico senta la tua voce e pensi che sia quella di chi vede sullo schermo.

Al di là della formazione, quali pensi siano le doti caratteriali che chi sceglie questa professione debba avere?

Tra i miei colleghi c’è una tale varietà di caratteri che sarebbe limitativo e inutile indicare questa o quella caratteristica. Secondo me bisogna amare profondamente il lavoro che si è scelto, prepararsi nel modo migliore possibile e avere ben chiaro che di certezze non ce ne saranno molte, purtroppo.

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In cosa consiste il lavoro di doppiatore?

Quando fa bene il suo lavoro, il doppiatore è un mediatore culturale. È l’interprete che trasferisce in italiano il contenuto di un’opera nata in una lingua straniera e per contenuto intendo tutto quello che può esserci in una battuta, dal dato puro e semplice all’emozione.

Come si svolge una giornata tipo?
La giornata tipo del doppiatore può prevedere normalmente 9 ore di lavoro, divise in 3 turni da 3 ore ciascuno, ma si tratta sempre e comunque di un libero professionista che può fare le sue scelte.

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La routine può incidere sulla creatività e quindi sul doppiaggio?
Da questo punto di vista, l’attore che fa doppiaggio è facilitato rispetto a quello che, ad esempio, fa prosa. Anche nel caso di serial molto lunghi, il doppiatore potrà comunque lavorare sulla vita del personaggio, che per forza di cose è in continua evoluzione. A parte questo, non credo che la routine possa essere un grande ostacolo e sottolineo che un attore di teatro che dovesse fare cento o più repliche del suo spettacolo, se è un vero professionista, saprà far credere al pubblico che ognuna di quelle repliche è unica e sempre nuova.

Cosa fare e cosa evitare?
La cosa fondamentale è la preparazione e sconsiglio tutte le scuole che non siano in grado di dare una formazione seria da attori ancor prima che da doppiatori. Per il resto non abbiate troppo timore di “rompere le scatole” andando a chiedere di assistere a un turno di doppiaggio.