La disoccupazione in Keynes e Friedman

Di Barbara Leone.

Analisi delle teorie sulla disoccupazione secondo l’impostazione keynesiana e secondo la critica monetarista, con distinzione tra disoccupazione volontaria e involontaria

Nel ventesimo secolo si sono scontrate due teorie essenziali. L'una, elaborata dall'economista inglese John Maynard Keynes, porta ad un più ampio intervento dello Stato nell'economia; l'altra, rivitalizzata dalla scuola monetarista di Milton Friedman, prende le mosse dagli economisti classici dell'800 e contiene una difesa della libertà d'intrapresa privata. La "summa" del pensiero di Keynes si può trovare nel trattato "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta", mentre l'economista di Chicago, insignito del Premio Nobel nel 1976, ha lasciato una mole notevole di articoli specializzati e pochi lavori isolati, di cui la gran parte non disponibili in italiano, ma può essere utile consultare il testo "Efficienza economica e libertà".

Keynes è spesso visto come uno statalista e le sue implicazioni vanno indubbiamente in tal senso. Sebbene egli sostenesse il Partito Liberale inglese, nel trattato "La fine del lasciar fare" (1936) ebbe modo di scrivere: "Non è vero che gli individui posseggono una "libertà naturale" imposta sulle loro attività economiche", che sembra i punti in cui giurava di difendere in ogni caso il sistema capitalistico. A parte le diatribe politiche, però, l'importanza di Keynes non è da sottovalutare. Da lui non trassero ispirazione, o giustificazioni teoriche, soltanto le socialdemocrazie nordiche, ma molti governi anche italiani durante l'arco di tutto il dopoguerra: si pensi all’esperienza del centro-sinistra (dal 1963) che prese avvio con la nazionalizzazione dell’ENEL.

Keynes è assieme a Piero Sraffa il più fulgido esempio di come gli economisti del Novecento abbiano cercato strade che, una volta percorse, avrebbero condotto al grande sogno dell'umanesimo occidental-cristiano: mettere a disposizione del maggior numero di gente possibile i vantaggi del progresso tecnico. Egli contesta principalmente l'estrema fiducia nel modo in cui si formano i prezzi nel "libero scambio", nutrita da tutti gli economisti che lo avevano preceduto e che chiama "classici". Tra loro è da annoverare anche Marx, che partì da una concezione smithiana del capitalismo. Keynes fa piazza pulita dei presupposti smithiani a cominciare dalla "mano invisibile" che guiderebbe le scelte degli agenti (consumatori e produttori), sostenendo che una simile situazione può crearsi solo con un'effettiva "perfetta conoscenza" di tutti i parametri: questa, nel modello classico del mercato, formulato dall'inglese Edgeworth è garantita dalla presenza di un banditore che, come succede nelle Aste, fornisce ogni informazione a chi poi scambierà merci con denaro o viceversa.

Il banditore è un'invenzione teorica, ma Keynes sostiene che senza di lui il modello classico non può funzionare: senza di lui entrano in gioco l'incertezza, le aspettative e le previsioni; la moneta assume un ruolo di sicurezza, soprattutto per i consumatori finali. Questi, di fronte all'incertezza sui prezzi di mercato dovuta all'assenza del coordinamento, mostrano preferenza per la detenzione di una certa quantità di moneta liquida, in modo da garantirsi da sbalzi futuri e imprevedibili. Preferiscono quindi risparmiare piuttosto che spendere almeno una parte del proprio denaro. Così facendo, si creano nei mercati le crisi da insufficienza di domanda di beni di consumo, a causa delle quali le imprese vendono meno, non vedono affluire capitali e non dispongono di risorse per investimenti.

La ricetta keynesiana contro la disoccupazione, riassunta nel motto "sostenere la domanda", parte proprio da qui. Keynes fu il primo economista ad accorgersi dell'esistenza, nei cicli economici, di crisi di breve periodo, cioè inferiori ad un anno. In una simile situazione, con salari e prezzi fissi, affermò che la disoccupazione dipende in ultima analisi dall'insufficiente domanda di beni da parte dei consumatori: essa infatti determina scarsi ricavi per le imprese che non hanno propensione ad investire e ad assumere. "Sostenendo la domanda", cioè invogliando i consumatori ad acquistare beni, si farebbero arrivare gettiti "freschi" di capitali alle imprese ed esse potrebbero poi, per produrre di più, reinvestirli ed assumere nuova forza lavoro, portando il sistema ad uscire dalla crisi occupazionale.

Ma come fare per aumentare la base di consumatori? Keynes consiglia di aumentare la quantità di moneta circolante e ciò può essere raggiunto sostanzialmente in due modi: o aumentando la spesa pubblica a parità d'imposte o diminuendo le imposte per lasciare ai cittadini una più ampia disponibilità del loro denaro. Il secondo metodo è però sconsigliabile perché i consumatori potrebbero decidere di non destinare al consumo il denaro risparmiato con la diminuzione delle imposte. Keynes arrivò a sostenere che se il Governo assumesse disoccupati per impiegarli in lavori improduttivi (come scavare buche e poi riempirle nuovamente), ciò, per quanto assurdo, sortirebbe comunque l'effetto positivo di dare disponibilità di denaro e di spesa a persone che prima non l'avevano.

Il fatto che l'analisi è concentrata nel breve periodo non è comunque l'unico suo limite: un altro può essere individuato nella presupposizione di una disoccupazione particolare, detta "involontaria", per la quale i disoccupati bussano alle imprese ma queste non hanno convenienza ad assumerli in quanto prive di capitali per via dell'insufficiente domanda di beni. Ma non è questo l'unico tipo esistente: Milton Friedman ne indica un altro nel suo tentativo di ridefinire le teorie liberiste rifondando la scuola monetarista. Friedman non ripone fiducia nel sostegno della domanda: egli ritiene che il sistema economico spesso non riuscirebbe a soddisfare una domanda crescente poiché già presenta un livello di produzione di equilibrio e poiché non v'è ragione per le imprese di modificare una produzione già in equilibrio, maggiore domanda si tradurrebbe in un puro aumento dei prezzi.

La scuola monetarista ha analizzato il concetto di disoccupazione, trovando che essa dipende sovente da imperfezioni del mercato del lavoro, in altre parole da eterogeneità di qualifiche o di territorio o da scarsità d’informazioni. Questo fa sì che esistano contemporaneamente posti da occupare e disoccupati. Ad esempio possono esistere posti vacanti da operaio e disoccupati che aspirano a un posto da impiegato (eterogeneità di qualifiche), oppure posti vacanti in Veneto e disoccupati in Campania (eterogeneità di territorio), o infine non esistono informazioni sufficienti circa i posti vacanti (scarsa trasparenza del mercato). Questa disoccupazione, ignorata da Keynes, è detta "volontaria" e le è associato un "tasso naturale di disoccupazione" definito come un numero di disoccupati pari al numero di posti vacanti: è ad essa che corrisponde l'equilibrio "naturale" di cui parla Friedman.

La controversia si può ridurre a capire quale dei due tipi di disoccupazione prevalga in un determinato sistema e in un determinato momento storico, essendo molto probabile che i due tipi siano concomitanti. Dunque un'impostazione teorica della questione vuole che i responsabili della politica economica si attengano a una precisa analisi della realtà.