La difficoltà e capacità di leggere. Ecco di seguito la descrizione di questo fenomeno

La maggior parte dei bambini, nell’imparare a leggere, acquisisce in due o tre anni, la capacità di distinguere un vasto numero di parole visivamente complesse.
Questo fa si che si creino un “vocabolario visivo” e lo sviluppo della capacità di sondare serie di lettere non familiari.
L’espressione più esatta per descrivere una difficoltà o incapacità di leggere specifica, non dovuta ad altri fattori come per esempio degli handicap, legata ad un processo evolutivo mai portato a compimento è dislessia specifica evolutiva.
Quando si parla di dislessia ci si riferisce alla lettura strumentale, ovvero alla capacità di base del leggere, le cui fondamenta sono costruite nei primi anni di scuola elementare, che permette di riconoscere le parole che sono contenute nel testo scritto, anche se esse non erano mai state lette in precedenza.
Alcuni studiosi del campo preferiscono l’espressione di disturbo di decodifica per il fatto che esso coglie meglio l’aspetto di passaggio dal codice scritto al codice linguistico viceversa (come accade nella scrittura, il cui disturbo è spesso associato a quello di lettura).

Molto spesso si sovrastima l’incidenza del disturbo di lettura, questo perché si usa il termine dislessia, che è una parte del disturbo specifico di apprendimento, per il tutto, e poi si icludono anche difficoltà meno gravi, associabili alla categoria di basso rendimento scolastico.
La dislessia può essere sia un disturbo altamente specifico, perché si presenta in bambini che in moltissimi compiti cognitivi si comportano brillantemente, sia un disturbo legato ad altri.

La dislessia è un deficit che provoca una disfunzione a 3 livelli visivi di lettura :

  • l’analisi e la memorizzazione visiva delle forme: il bambino non riesce a memorizzare precise forme ,ne scambia l’orientamento, la sequenza ecc.con la conseguenza che incontrerà, soprattutto nelle prime fasi di apprendimento della lettura e della scrittura, difficoltà a discriminare e memorizzare varie lettere (per esempio la confusione fra le lettere “p”, “q”, “b” e “d”)
  • l’analisi seriale visiva: il bambino non riece a controllare l’analisi visiva di configurazioni composte da moltissime forme diverse, non riesce a svolgere un processo ordinato, con la conseguenza che incontrerà difficoltà nell’analisi, non tanto di lettere isolate o di parole ben evidenziate, ma di pagine di testo scritto.
  • l’integrazione visivo-uditiva: il bambino ha problemi nel passare da una rappresentazione visiva a una corrispondente uditiva e viceversa, con la conseguenza che avrà problemi ad associare la forma di una lettera o di un gruppo di lettere al loro suono corrispondente.

Secondo Bakker, un neuropsicologo olandese, si distinguono dislessie di tipo L legate all’uso del linguaggio e dell’emisfero sinistro (il bambino è soprattutto lento) e le dislessie di tipo P legate all’elaborazione dell’informazione visiva e all’attività dell’emisfero cerebrale destro (il bambino è particolarmente in accurato).
Invece , per il modello della neuropspsicologia cognitiva, il disturbo viene identificato in base al processo implicato nella lettura che non funziona bene nel soggetto e quindi alla serie di operazioni di elaborazione dell’informazione che non può essere svolta in maniera adeguata.

E’ utile distinguere fra dislessia fonologica relativa al bambino che fa fatica ad usare la via fonologica che associa ogni grafema al fonema corrispondente (il bambino è in particolare difficoltà nel leggere parole rare e inesistenti) e la dislessia detta superficiale associata ad un cattivo funzionamento della via diretta per cui il bambino dovrebbe risalire immediatamente alla parola scritta e al suo suono.

Esiste oggi un sostanziale accordo sul fatto che, soprattutto nei soggetti dislessici con disturbo particolarmente specifico, c’è alle origini una condizione biologica particolare, ovvero una frequente familiarità del disturbo, dal momento che genitori o parenti stretti del bambino dislessico hanno spesso una storia di difficoltà scolastiche o più specificatamente di lettura.

Non vi è accordo però fra gli esperti sul peso da attribuire alla condizione biologica.
Secondo una posizione più moderata, invece, la condizione biologica è un fattore facilitante che può agire a diversi gradi di intensità e contribuire, insieme ad altri fattori, nel produrre una più o meno grave difficoltà di lettura.