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GLI INTELLETTUALI E IL LORO RUOLO DI "ASSISTENTI ALLA DEMOCRAZIA"
- II parte -


Vorremmo che gli intellettuali fornissero una voce "altra" sui grandi temi dell'economia, della politica, della scuola, del sindacato in un momento in cui la connivenza e la compiacenza sembrano caratterizzare i rapporti dei nostri grandi media con il potere politico. Da un po' di tempo a questa parte ci pare infatti che, forse a causa dell'attuale situazione politica e della caduta delle ideologie, si sia accentuata la tendenza ad omologare un po' tutta l'informazione, che la quasi totalità dei quotidiani, dei rotocalchi e delle emittenti radio e tv martellino invariabilmente sullo stesso tamburo, con argomenti pressocché uguali; e tutto ciò mentre quella che potremmo chiamare controinformazione è così faziosa da risultare a volte risibile, a volte irritante. Vorremmo che si facessero da parte i tuttologi ospiti abituali dei salotti televisivi, i sociologici che periodicamente ci aggiornano sui temi vitali per la società quali l'innamoramento, l'amore e l'amicizia, i filosofi delle mode effimere e tutti coloro che sono troppo accondiscendenti nei confronti del potere del mercato. Vorremmo che gli intellettuali, quelli degni di questo nome, costituissero una specie di "contropotere", un foro di democrazia viva, richiamando l'attenzione su tutti quei problemi riguardanti non solo l'Italia o l'Occidente, ma l'umanità intera, che i massa media tendono a marginalizzare; e facendosi messaggeri di chi non conta e non ha voce. Ma non ci facciamo soverchie illusioni.

Sono passati i tempi in cui Pasolini lanciava anatemi contro la televisione e il consumismo, o quelli in cui Sartre manifestava con gli operai davanti ai cancelli della Renault. Con la morte delle utopie e la fine delle ideologie, gli intellettuali (e non parliamo solo di quelli che fino a un decennio fa si proclamavano marxisti e che ormai sono una specie in via di estinzione) non credono più che sia loro compito trasformare il mondo, o anche solo interpretarlo, eppure, se si ritiene ancora che la società sia perfettibile, il loro impegno critico contro lo "status quo" è indispensabile per favorirne un'evoluzione positiva. Insomma, anche se il loro ruolo è entrato in crisi, anche se si ha l'impressione che le loro parole siano dette al vento, di essi c'è ancora una estrema necessità. Gli intellettuali possono contribuire alla realizzazione di quella "trasparenza" di cui in un mondo di complessità crescente c'è sempre più bisogno, per farci capire dove stiamo andando, per interpretare i sintomi e anticipare gli sviluppi di fenomeni vari. Essi, a mio avviso, dovrebbero operare a sostegno della democrazia per far sì che essa, con il contributo delle loro idee e della loro critica, non solo non degeneri ma si esplichi in tutte le sue potenzialità. Hanno il compito di denunciare tempestivamente il potenziale disgregante implicito in certi movimenti, demagogici più che popolari, di fornire indicazioni per risolvere problemi non più dilazionabili cui la classe dirigente dimostra di non saper o voler porre rimedio.

Mi riferisco, per esempio, alla Lega. La mia impressione è che essa sia stata per troppo tempo sottovalutata. Avremmo voluto, per esempio, che qualcuno, reso maggiormente smaliziato di noi dalla molteplicità delle situazioni storico-politiche cui è venuto in contatto, grazie alla propria cultura, ce ne proponesse fino ai suoi esordi un'analisi seria. Ci confermasse, per esempio, nella nostra convinzione che essa ha più di un punto in comune col fascismo, se non altro per quella curiosa mescolanza, che presenta all'interno della sua confusa ideologia, di elementi rivoluzionari e reazionari (il nazismo voleva far rivivere il Sacro Romano Impero, il fascismo l'impero romano e la Lega vuole riportare in auge una presunta identità pagano-celtica). E invece abbiamo letto, tardivamente per giunta, solo qualche intervento ironico sul leader della Lega fatto oggetto di frecciate varie. In quest'ottica di servizio alla democrazia, inoltre, gli intellettuali a mio avviso hanno il compito di denunciare le carenze e gli errori del governo in carica, qualunque esso sia, per far sì che nel giorno delle elezioni possiamo esprimere un giudizio motivato, il che è particolarmente importante nell'ottica, condivisibile, in cui Popper intende la democrazia, vista non come "sovranità popolare", ma come "giudizio popolare".
Quello della democrazia non è tuttavia l'unico valore di cui l'intellettuale oggi deve farsi portavoce: penso ad esempio all'uguaglianza, il principio più negletto della triade espressa dalla rivoluzione francese, che andrebbe invece rivalutato con l'obiettivo, utopistico fin che si vuole ma sacrosanto, di estenderlo a tutta l'umanità; e ancora alla tolleranza, intesa come rispetto della "diversità". Perché, insomma, si predica tanto che viviamo in un mondo privo di spinte ideali, ed è vero, ma chi ce la potrà mai fornire una spinta ideale se anche gli intellettuali gettano la spugna rassegnati o si "prostituiscono" (fatto di cui a volte ci viene il sospetto) al mercato?