La Grande Guerra - un percorso svolto

Sai chi ha vinto la prima guerra mondiale? Beh, dovresti, ma in ogni caso eccoci in tuo aiuto: una tesina sulla Grande Guerra, un soccorso in ogni occasione

di Carlotta Ricci 25 settembre 2007
Il fatto che la Prima guerra mondiale sia stata chiamata la Grande guerra è il segno più immediato della portata e della novità che questo evento storico rappresentò sia oggettivamente sia, soprattutto, per le coscienze degli uomini che ne furono protagonisti. La Prima guerra mondiale comportò infatti un tragico salto di qualità rispetto alle precedenti esperienze belliche della storia umana. Sul piano storico, la Grande guerra costituisce da un lato l'evento conclusivo dell'ottocento, rappresentandone l'esito finale e al tempo stesso la crisi definitiva e, dall'altro, il vero inizio del Novecento.

La Prima guerra mondiale comportò un tragico salto di qualità rispetto alle precedenti esperienze belliche della storia umana, per il numero di paesi e di continenti che vi parteciparono, per la quantità di soldati coinvolti, per la potenze distruttiva delle armi impiegate, per i primi episodi di violenza di massa nei confronti della popolazione civile, culminati nei genocidi degli armeni da parte dei turchi e degli herero da parte dei tedeschi. Per questo, sul piano storico, la Grande guerra costituisce da un lato l'evento conclusivo dell'ottocento, rappresentandone l'esito finale e al tempo stesso la crisi definitiva e, dall'altro, il vero inizio del Novecento, se intendiamo, con lo storico Eric J. Hobsbawm, il XX secolo come quel "secolo breve" caratterizzato dall'alto grado di conflittualità e violenza che si manifestò in guerre aperte, guerre latenti come la guerra fredda, rivoluzioni e guerre civili, repressioni di massa operate da regimi dittatoriali e/o totalitari, genocidi, che vede la sua conclusione nel 1989-91 con il crollo dell'Urss e dei sistemi socialisti dell'Europa orientale.

Le premesse storiche
Il presupposto storico più generale della Grande guerra risiede nel processo di industrializzazione che interessò l'Europa, gli Stati Uniti e il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che ebbe il suo culmine nella Seconda rivoluzione industriale tra l'ultimo decennio del XIX secolo e il primo decennio del XX. Furono soprattutto due le conseguenze di tale processo, che costituiscono le cause remote della Grande guerra. Sul piano economico, la concentrazione industriale, con la formazione di grandi imprese monopolistiche e oligopolistiche ad alta intensità di capitale, portò a un'enorme crescita della produttività. Questa, a sua volta, si tradusse in una spietata e generalizzata guerra commerciale, di cui il fenomeno del dumping (vendita sottocosto per spiazzare i concorrenti) fu il sintomo più significativo. Sul piano politico, il passaggio dei governi da una politica economica liberista ad una sempre più interventista, con l'adozione del protezionismo, l'aumento delle commesse statali, l'imperialismo, trasformò sempre più il conflitto economico tra imprese private in conflitto politico tra stati.

In particolare fu il conflitto tra Germania e Inghilterra a fungere da catalizzatore della deriva bellica. Sul piano economico, infatti, l'industria tedesca aveva raggiunto e superato quella inglese, minandone il primato globale. Ma soprattutto, sul piano politico, il governo tedesco perseguiva una politica di potenza finalizzata a dare alla Germania un ruolo egemonico,insidiando il primato indiscusso dell'Inghilterra sia a livello europeo si a livello coloniale. L'Inghilterra, di conseguenza, a sua volta rifiutava di accettare il ridimensionamento della propria potenza, abbandonò il ruolo di arbitro neutrale dei conflitti e dei sistemi di alleanze continentali ed entrò direttamente in campo. In questo modo, nel primo decennio del Novecento, il sistema internazionale europeo si polarizzò in due alleanze contrapposte: la Triplice intesa, che faceva perno sull'Inghilterra e al Triplice alleanza, che aveva come punto di riferimento la Germania. I tradizionali conflitti bilaterali di portata locale - Germania-Francia, Russia-Austria, Italia- Austria - si saldarono in un unico conflitto multilaterale di portata globale.

In questa situazione la minima esplosione localizzata di conflittualità era destinata a innescare una reazione a catena e a far da detonatore a una guerra generale. Fu quello che avvenne con l'attentato di Sarajevo.
Da un punto di vista filosofico, le premesse teoriche del ricorso alla guerra come strumento idoneo a decidere dei conflitti sono rinvenibili nella concezione assoluta della soggettività umana, elaborata dalle due correnti egemoni del pensiero ottocentesco: l'idealismo hegeliano e il positivismo. L'esaltazione delle capacità umane, l'attribuzione all'uomo di una padroananza legittima e totale sulla natura e sulle dinamiche dei rapporti sociali, la fede nella positività e nella necessità del progresso storico fecero perdere all'uomo occidentale la coscienza dei propri limiti, diminuendone il senso di responsabilità e la moderazione nell'agire politico. In particolare, nel campo dell'idealismo, Hegel elaborò una concezione della guerra come fattore necessario e positivo della storia. Per Hegel la sovranità di ogni stato è assoluta e non vi può quindi essere un diritto internazionale che la limiti o la vincoli in alcun modo. I rapporti tra gli stati sono pertanto necessariamente conflittuali e sono regolati, in ultimi istanza, dalla guerra, che assurge così per il filosofo tedesco a parametro della razionalità degli stati e del progresso storico, tanto da essere definita il "tribunale dei popoli" (in Lezioni sulla filosofia della storia, 1837).

Nell'ambito del Positivismo, fu Herbert Spencer (1820-1903) a giustificare filosoficamente la guerra sulla base della teoria dell'evoluzione di Darwin. Secondo Spencer, infatti, come la lotta per la sopravvivenza tra gli organismi biologici è condizione necessaria dell'evoluzione animale, così la guerra è lo strumento indispensabile per l'evoluzione delle società umane (vedi Principi di sociologia, 1855). Nella storia umana, dunque, le società "più adatte" sono proprio quelle in cui la cooperazione militare, che assurge a modello di ogni altra forma di cooperazione sociale, è più sviluppata. A partire da queste tesi si sviluppò la corrente del cosiddetto "darwinismo sociale", che giunse a esaltare sia il dominio di classe sia quello coloniale.

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