Contesto storico di Polibio (I° parte)

Di Redazione Studenti.

Polibio visse nel periodo storico caratterizzato dall'imperialismo romano, avvenuto in seguito alla politica espansionistica di Roma.

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Nel 202 a. C., dopo la fine della prima guerra punica, Roma dovette riconquistare l'Italia settentrionale e provvedere all'organizzazione della Spagna, la quale era passata sotto il suo diretto dominio. Inoltre, la grande vittoria ottenuta su Cartagine e il conseguimento del controllo del Mediterraneo centro-occidentale, ponevano il senato romano nella condizione di doversi occupare dei grandi regni ellenistici, come la Macedonia e la Siria, che, nella loro progressiva espansione, avrebbero potuto costituire un serio pericolo per Roma. Quindi, verso il 200 a. C., la situazione politica che riguardava i territori del Mediterraneo orientale era piuttosto critica, in quanto la Siria e la Macedonia volevano espandersi e ingrandire i loro possedimenti a spese dell'Egitto dei Tolomei, che in quell'epoca stava attraversando un periodo di decadenza.
La politica espansionistica dei territori della Siria e della Macedonia allarmava il mondo greco e i piccoli stati di Rodi e di Pergamo, la cui situazione di privilegio economico e commerciale poteva perdurare solo se la situazione politica rimaneva inalterata. Nel 200 a. C., il senato romano, nonostante l'opposizione dei comizi centuriati, decise di intervenire in Macedonia contro Filippo V, dando origine, così, ad una sorta di guerra preventiva, ossia capace di prevenire l'avversario, con lo scopo di impedire ulteriori ingrandimenti del regno macedone. Questa seconda guerra macedone (la prima era avvenuta durante la spedizione militare di Annibale in Italia) perdurò inizialmente senza risultati concreti; successivamente, grazie all'invio di un abile comandante, Tito Quinzio Flaminio, dotato sia di buone qualità militari che diplomatiche, l'esercito macedone, capeggiato da Filippo V, fu sconfitto a Cinocefale, nel 197 a. C. Nel 196 a. C., fu stipulata la pace di Tempe, che obbligava Filippo a consegnare la flotta e ad abbandonare i territori greci, che vennero dichiarati liberi da Flaminio. Quest'ultimo era un grande ammiratore del mondo ellenico e voleva accattivarsi la solidarietà della Grecia, in previsione di una battaglia contro Antioco di Siria, che aveva conquistato numerosi territori della Tracia e dell'Asia Minore. A sua volta, Antioco riteneva che uno scontro con Roma fosse inevitabile, anche perché molte città greche, temendo la potenza romana, chiedevano il suo aiuto e lo consideravano un liberatore. Nel 191 a. C., Roma, sollecitata dal re di Pergamo che in Asia Minore, era minacciato dall'espansionismo della Siria, dichiarò guerra ad Antioco ed ebbe inizio, così, la guerra siriaca. I Romani sconfissero le truppe siriache alle Termopili, sbarcarono in Asia Minore e, nel 189 a. C., presso Magnesia, inflissero un'altra pesante sconfitta all'esercito siriaco. Nel 188 a. C., fu stipulata la pace di Apamea, in seguito alla quale, Antioco fu costretto a rinunciare ai possedimenti in Tracia e in Asia Minore, e la Siria, come era accaduto anche alla Macedonia, perse gran parte del suo prestigio e della sua influenza.
Successivamente, Perseo, il figlio di Filippo V, dichiarò guerra a Roma, per tentare una rivincita contro lo Stato romano, ma fu duramente sconfitto a Pidna, nel 168 a. C.; con questa vittoria, i Romani sottomisero il regno macedone, che fu diviso in quattro piccole repubbliche tributarie dipendenti da Roma. Quando, nel 149 a. C., la Macedonia organizzò un'altra rivolta capeggiata da Andrisco, il suo territorio divenne una provincia dello Stato romano. Nel 146 a. C., anche le città greche che si erano ribellate, furono sconfitte a Leucopetra e Corinto fu distrutta.
Cartagine, dopo la conclusione della seconda punica, aveva rispettato la condizioni di pace e, con i suoi mezzi navali, aveva aiutato Roma, la quale era impegnata nelle lotte Oriente. Nel 195 a. C., l'oligarchia cartaginese, d'accordo con il senato romano, si era liberata di Annibale, che aveva cercato di rinnovare in senso democratico le strutture costituzionali della città. Però, nonostante le prove di fedeltà mostrate dai Cartaginesi nei confronti dei Romani, un ampio settore della classe dirigente romana, guidato da Marco Porcio Catone, il maggior esponente del partito tradizionalista e conservatore e avversario del Circolo innovatore degli Scipioni, continuava a considerare Cartagine come un imminente pericolo per l'Impero romano.
Durante la prima metà del II secolo a. C., i Romani avevano favorito ripetutamente il regno numidico di Massinissa, a danno di Cartagine, alla quale erano stati sottratti molti territori rivendicati dal sovrano della Numidia.
L'oligarchia cartaginese, la quale appoggiava una politica pacifista, aveva accettato questi soprusi, per evitare un conflitto con Roma; ma, quando avvennero le rivolte in Macedonia, in Grecia e nella penisola iberica, i Romani sospettarono che ci fosse un complotto generale per abbattere il loro predominio e pensarono che in questo accardo, fosse coinvolta anche Cartagine. Quest'ultima, non sopportando più le sopraffazioni di Massinissa, nel 151 a. C., gli dichiarò guerra, senza chiedere il permesso, come avrebbe dovuto, al senato romano. Allora, nel 149 a. C., scoppiò la terza guerra punica, in quanto i Romani dichiararono guerra ai Cartaginesi, i quali, essendo consapevoli della loro inferiorità, chiesero la pace; Roma, però, non accettò le richieste di Cartagine e, nel 147 a. C., il senato romano inviò, per dirigere le operazioni militari, Publio Cornelio Scipione Emiliano, il figlio di Lucio Emilio Paolo, il vincitore della battaglia di Pidna. Scipione Emiliano sconfisse definitivamente Cartagine, la quale, nel 146 a. C., fu completamente distrutta.
Le numerose conquiste conseguite dai Romani nel corso del II secolo a. C., modificarono profondamente l'economia, la società, le usanze e i costumi dello Stato, e contribuirono a determinare la crisi delle strutture repubblicane, conclusasi verso la fine del I secolo a. C., con il passato dalla repubblica all'Impero. Dopo la prima guerra punica, Roma abbandonò la formula confederativa adottata precedentemente nei confronti dei popoli vinti e iniziò a ridurre i territori conquistati, alla condizione di province, ovvero di regioni amministrate direttamente dai suoi magistrati; alle province non era concessa alcuna forma di autonomia e i loro abitanti erano considerati come sudditi dello Stato romano. Lo sfruttamento delle province favorì una grande accumulazione di ingenti capitali mobili, posseduti soprattutto da coloro che appartenevano all'ordine equestre. Inoltre, dalle province, era importato il grano a basso prezzo, che provocò l'abbandono delle tradizionali culture cerealicole italiche e l'introduzione di vigneti, uliveti e frutteti, i quali richiedevano l'investimento di enormi capitali; questa situazione causò la crisi delle aziende contadine, che erano incapaci di adeguarsi alla nuova economia. L'elevato numero di prigionieri di guerra, catturati durante le vittoriose campagne militari, fece aumentare notevolmente la quantità degli schiavi, i quali, vivendo senza diritti e in pessime condizioni, si ribellarono, dando origine a numerose rivolte, che vennero duramente represse.
Nell'ambito della cultura, della religione e dei costumi, gli stretti rapporti stabiliti con le province e con i territori orientali facilitarono la penetrazione dell'ellenismo nello Stato romano; questo nuovo movimento culturale fu condannato, da una parte della nobilitas senatoria, la quale era conservatrice e per questo legata alle antiche tradizioni, come "corruzione", ma era necessario, in quanto i dominî romani avevano raggiunto notevoli dimensioni e quindi, non erano più governabili secondo gli antichi criteri della tradizione. Così, all'interno dello Stato romano, emerse il conflitto fra i conservatori, che erano capeggiati da Marco Porcio Catone ed erano legati alle antiche tradizioni, e gli innovatori, che trovarono il loro punto di riferimento nel Circolo degli Scipioni, guidato di Scipione Emiliano e frequentato da filosofi, artisti e letterati ellenici; in questo conflitto, gli innovatori risultarono vincitori e la loro vittoria apportò profondi mutamenti all'interno dello Stato romano. Questi cambiamenti riguardarono anche la vita quotidiana e privata dei Romani: l'antica autorità del pater familias era in declino, le matrone si stavano emancipando, i vincoli familiari si erano allentati, le case dei ricchi diventavano più ampie e lussuose. Alcune innovazioni si verificarono anche in ambito religioso, infatti, gli stretti rapporti con l'oriente favorirono la diffusione, nello Stato romano, dei culti orientali, caratterizzati dal pathos religioso e dalle orge bacchiche in onore di Dioniso.
La riduzione della Macedonia a provincia e la distruzione di Cartagine e di Corinto sancirono definitivamente la vittoria di Roma in Africa e in Oriente; invece, la rivolta iberica proseguì, in quanto i Lusitani furono domati solo nel 138 a. C. e i Celtiberi soltanto nel 133 a. C., anno in cui Scipione Emiliano riuscì a conquistare e a distruggere la città di Numanzia, che era il fulcro della loro resistenza, e in cui accadde un importante evento nell'ambito della politica interna di Roma: fu eletto tribuno della plebe, Tiberio Sempronio Gracco. Quest'ultimo, non ancora trentenne, apparteneva a una delle famiglie più influenti della nobilitas romana: suo padre era stato console e censore, sua madre, Cornelia, era la figlia di Scipione l'Africano e sua sorella, Sempronia, aveva sposato Scipione Emiliano. Inoltre, in seguito all'influenza esercitata su di lui dal Circolo degli Scipioni e per l'educazione ricevuta dai maestri greci, Tiberio faceva parte di quella minoranza di aristocratici che desideravano l'attuazione di un'attività riformatrice; il suo ingresso nel tribunato della plebe restituì, a questa magistratura, l'originario significato popolare. Nel 137 a. C., Tiberio era stato inviato come questore in Spagna, dove aveva assistito personalmente alle nefaste conseguenze della crisi delle campagne: i soldati non erano più i vigorosi contadini di un tempo, ma miravano soprattutto ad arricchirsi; gli accampamenti si erano trasformati in una specie di mercato e di luogo di piacere; la disciplina degli eserciti era seriamente compromessa. Divenuto tribuno della plebe, Tiberio decise prima di tutto di restaurare la piccola azienda agricola.
Le terre confiscate ai nemici costituivano l'agro pubblico (ager publicus), una proprietà che la repubblica romana destinava alla fondazione di colonie o distribuiva ai cittadini, esigendo una tassa denominata vectigal. continua>>