Contesto storico di Isocrate

Di Redazione Studenti.

Il contesto storico in cui visse Isocrate è quello caratterizzato dalla guerra del Peloponneso e dalla politica espansionistica di Filippo di Macedonia.

Isocrate: Indice
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L'origine fondamentale della guerra peloponnesiaca risale all'imperialismo ateniese, il quale scatenò contro di sé la coalizione, capeggiata da Sparta, di tutte le città elleniche che non erano disposte a subire l'influenza della capitale dell'Attica. Questa lotta durò quasi ininterrottamente dal 431 a. C. al 404 a. C. e, al contrario di quanto potrebbe far credere la sua denominazione, non coinvolse soltanto Atene e Sparta, ma tutte le città del mondo greco, diventando così, una guerra panellenica. Infatti, questo conflitto riguardò la Grecia, le coste dell'Asia Minore, l'Ellesponto, la Sicilia, la penisola Calcidica, l'isola di Corcira. Questa guerra non fu solo la lotta fra le due grandi antagoniste, Atene e Sparta, che guidavano rispettivamente la Lega di Delo e la Simmachia peloponnesiaca, ma si configurò anche come un conflitto, all'interno delle poleis, fra democratici filoateniesi e oligarchici filospartani.
La pace trentennale stipulata nel 445 a. C. fra Atene e Sparta, fun interrotta nel 431 a. C., anno in cui iniziò la cosiddetta guerra del Peloponneso. Questo conflitto, dunque, fu provocato innanzitutto dall'imperialismo ateniese, il quale aveva causato il risentimento delle città subalterne appartenenti alla Lega di Delo, rendendole sempre più intolleranti nei confronti della supremazia della capitale. Inoltre, le città non appartenenti alla Lega, temevano che Atene volesse estendere ulteriormente i suoi domini e iniziarono a odiare la sua supremazia marittima. Atene, a sua volta, temeva che le città della Simmachia, approfittando dei suoi contrasti con le poleis confederate, potessero scatenare una ribellione generale contro il suo dominio. In questo clima di tensione, Pericle si convinse che la guerra era ormai inevitabile e ritenne opportuno affrontarla il più presto possibile, prima che la Lega di Delo subisse delle defezioni da parte delle città soggette. Con il consenso dell'Ecclesia, egli iniziò contro Corinto e Megara, una serie di provocazioni, che culminò nel divieto ai Megaresi, di accedere ai porti di Atene e dei suoi alleati; questa proibizione avrebbe provocato la completa rovina a Megara, la cui economia era basata solo sulle proprie industrie, sui commerci e sul grano importato dal Ponte Eusino di Atene.
Le città alleate con Sparta, contro la quale era rivolta infine la lotta di Pericle, chiesero ai Lacedemoni di convocare l'assemblea generale della Simmachia, durante la quale, esse ottennero, nel 431 a. C., che si dichiarasse guerra per rispondere alle offese di Atene. Nei primi due anni di guerra, i Lacedemoni invasero ripetutamente l'Attica, devastandola. Nello stesso periodo, gli Ateniesi devastarono le coste del Peloponneso, organizzarono una spedizione militare nella Megaride ed espugnarono, nella penisola Calcidica, la ribelle città di Potidea, che pur essendo alleata con Atene, si era schierata dalla parte dei nemici. Nel 430 a. C., Atene fu colpita da una terribile pestilenza, a causa della quale morì Pericle. Dopo la sua morte, i nuovi capi della polis furono Cleone, per i democratici, i quali erano favorevoli alla guerra a oltranza, e Nicia per i conservatori, che invece preferivano stipulare un trattato di pace con Sparta.
Dal 428 a. C., il conflitto assunse un nuovo significato politico: esso non fu più solo la lotta fra le due Leghe che facevano capo ad Atene e Sparta, ma divenne, all'interno delle poleis, una spietata guerra civile fra i partiti democratici, filoateniesi, e i partiti oligarchici, filospartani. A Mitilene, nell'isola di Lesbo, gli oligarchici imposero l'abbandono della Lega di Delo e il passaggio alla Simmachia peloponnesiaca, ma, nel 427 a. C., gli Ateniesi intervennero con la loro flotta, conquistarono la città e uccisero i responsabili del tradimento. Nello stesso anno, gli oligarchici fecero un tentativo analogo nell'isola di Corcira, ma i democratici vinsero grazie all'aiuto di Atene. Nel 426 a. C., gli Ateniesi conquistarono la baia di Pilo, ma negli anni successivi, gli Spartani cominciarono a prendere il sopravvento, quando il generale Brasida, convinto che Atene non potesse essere colpita definitivamente nell'Attica, condusse una spedizione militare nella penisola Calcidica, la quale fra il 424 a. C. il 423 a. C., fu completamente conquistata dagli Spartani. Ad Atene, data la situazione sfavorevole, cominciava a prevalere il partito pacifista guidato da Nicia. Nel 422 a. C., in uno scontro presso Anfipoli, morirono Cleone e Brasida e la scomparsa dei due grandi sostenitori della guerra facilitò le trattative di pace, che si conclusero, nel 421 a. C., con la pace di Nicia, così chiamata dal nome del capo dei conservatori. Le condizioni di pace stabilivano che, tranne alcune eccezioni, gli Spartani e gli Ateniesi si restituissero reciprocamente i territori conquistati, ma le città della penisola Calcidica si rifiutarono di consegnarsi ad Atene e quest'ultima mantenne in suo possesso Pilo e l'isola di Citera.
Dopo la morte di Cleone, fra i sostenitori della guerra spiccò soprattutto Alcibiade. Nel 416 a. C., egli riuscì a convincere l'Ecclesia ad accogliere le richieste di aiuto che giungevano ad Atene, da parte dell'alleata Segesta, la quale era minacciata da Selinunte e da Siracusa; così, Alcibiade interrompendo la pace pattuita da Nicia, organizzò, nel 415 a. C., una spedizione in Sicilia, comandata da lui, da Lamaco e da Nicia. Alcibiade, però, dovette abbandonare presto la spedizione da lui stesso organizzata, in quanto fu accusato di aver commesso un'azione sacrilega, ossia di aver mutilato le Erme, le statuette sacre al dio Ermes, e fu costretto a tornare in patria; riuscì, però, a rifugiarsi presso gli Spartani, ai quali elargì consigli a danno di Atene. I giudici ateniesi lo condannarono in contumacia alla pena capitale e alla confisca dei beni.
Nel 414 a. C., gli Ateniesi stavano per espugnare Siracusa, ma giunsero alcune truppe inviate da Sparta e da Corinto e guidate dal lacedemone Gilippo, che riuscirono a ribaltare la situazione; nel 413 a. C., le triremi degli Ateniesi che occupavano il porto di Siracusa, furono bloccate dalla flotta nemica. Dopo alcuni successi iniziali, gli Ateniesi furono definitivamente sconfitti e costretti alla resa; la disastrosa spedizione in Sicilia segnò la fine virtuale della polis e del suo dominio. Nel 406 a. C., gli Ateniesi inviarono in Oriente centodieci triremi che inflissero una pesante sconfitta agli avversari, nei pressi delle isole Arginuse, a sud di Lesbo; questa fu l'ultima vittoria degli Ateniesi. Nel 405 a. C., infatti, si verificò un episodio che rese impossibile la vittoria finale degli ateniesi: i Persiani si allearono con gli Spartani.
Ciro, il figlio del Gran Re Dario II, fornì al comandante spartano Lisandro, i mezzi necessari per ricostruire, dopo la battaglia delle Arginuse, una flotta formata da duecento triremi, con la quale gli Spartani, nel 404 a. C., sconfissero definitivamente gli Ateniesi ad Egospotami. Subito dopo la resa di Atene, Lisandro impose alla città, la formazione di un governo composto da trenta membri, appartenenti al partito oligarchico, i quali, poiché si comportarono in maniera dispotica e assolutistica, furono denominati Trenta tiranni. Durante il governo dei Trenta, si verificarono spesso condanne arbitrarie, confische di beni, stragi, che spinsero molti cittadini a emigrare nelle poleisvicine, per sfuggire alle persecuzioni. Ma questo governo fu di breve durata; infatti, molti cittadini che si erano rifugiati a Tebe, guidati da Trasibulo, tornarono ad Atene e, grazie all'appoggio del popolo, soppiantarono il regime dei Trenta tiranni con la restaurazione della democrazia. Nel 356 a. C., Filippo II si impadronì del trono della Macedonia, con lo scopo di intraprendere una politica espansionistica per ampliare i territori dello Stato macedone. Inizialmente, Filippo conquistò la città di Anfipoli e il massiccio montagnoso del Pangeo, estendendo così, i confini della Macedonia verso sud-est. Nel 349 a. C., Filippo impose le guarnizioni macedoni in Tessaglia e occupò la principale città della penisola Calcidica, Olinto, che nel 348 a. C., cadde nelle mani dell'esercito macedone. Atene, pur essendo alleata con Olinto, non intervenne in sua difesa, poiché era impegnata a risolvere i contrasti con i suoi alleati; di questa situazione, Filippo ne approfittò due anni dopo, alleandosi con i Tebani contro i Focesi, i quali erano alleati con Atene.
La vittoria del sovrano macedone contro i Focesi, portò, nel 346 a. C., alla stipulazione della pace di Filocrate, che consentiva a Filippo di sedersi nell'anfizionia di Delfi e di assumere il ruolo di arbitro nelle contese fra le poleis. Gli Ateniesi cominciarono a ribellarsi alla politica espansionistica di Filippo e ad attuare una serie di provocazioni, che culminò, nel 340 a. C., quando Atene strinse un'alleanza con Tebe, che precedentemente era si era alleata con la Macedonia. Allora, la situazione divenne tesissima e, nel 338 a. C., si giunse allo scontro decisivo fra le truppe ateniesi e quelle macedoni. La battaglia si svolse a Cheronea, in Beozia, dove l'esercito ateniese fu definitivamente sconfitto e dovette arrendersi. Filippo seppe utilizzare la vittoria conseguita, in maniera molto moderata nei confronti di Atene, alla quale fu consentito di conservare la sua indipendenza, la flotta e alcune colonie. Il comportamento del sovrano macedone non scaturiva soltanto dalla sua magnanimità e dal rispetto che nutriva nei confronti della più prestigiosa fra le città greche, ma nasceva anche dal progetto consistente nel creare una forza compatta e unita, capace di affrontare un'eventuale guerra contro la Persia.