Concorsi truccati addio: la proposta

Di Valeria Roscioni.

Dalle pagine online de Il Fatto Quotidiano arriva una riflessione sui concorsi truccati che potrebbe davvero cambiare l’università italiana

Concorsi truccati all’università. Recentemente si grida allo scandalo spesso. Fortunatamente si indaga, giustamente si agisce di conseguenza nel tentativo di rimediare. Disgraziatamente, però, non si riflette, non abbastanza, non pubblicamente, sul perché di tali episodi, su quale marchingegno li alimenti e su come potrebbe essere arrestato. Questo è, invece, quanto è stato fatto da Andrea Bellelli su Il Fatto Quotidiano partendo da un assunto tanto semplice quanto sconvolgente: il sistema universitario italiano genera, quasi automaticamente, dei creditori il cui conto viene poi saldato in quelli che potremmo definire "buoni concorso".

Come possa accadere tutto ciò è presto detto: “Il sistema è costruito su basi demagogiche alquanto irrealistiche e non potrebbe funzionare neppure un giorno senza basarsi sul lavoro non retribuito di una schiera di “volontari”, i quali in breve diventano dei creditori che in occasione del primo concorso utile possono esigere il dovuto” scrive Bellelli che poi si sofferma sulla situazione frustrante fino a divenire surreale di due figure tipiche della nostra università: i cultori della materia e i dottorandi senza borsa.

CONCORSO TRUCCATO: ARRESTATI DUE DOCENTI UNIVERSITARI

I primi sono dei veri e propri assistenti che aiutano i professori a fare in modo che le sessioni d’esame non durino mesi e mesi supportandoli con il loro lavoro che, ovviamente, non viene retribuito. “Non è chiaro a chi abbia pensato il legislatore con questa figura – incalza con ironia la penna de Il Fatto Quotidiano - probabilmente ad un nobile miliardario il quale inganna la noia facendo esperimenti nel cabinet de physique del maniero avito e si presta gratuitamente a esaminare studenti universitari”.

La situazione non migliora se si è un dottorando senza borsa, alias un dottorando che si impegna nella ricerca esattamente come il suo collega “con borsa” con l’unica differenza che non percepisce neanche un soldo dall’università con la quale, in questo senso, sviluppa un credito.

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Quanti sono questi creditori dell’università? Come fare a soddisfarli tutti? Eliminando la figura del lavoratore non pagato, sostiene Bellelli proponendo una soluzione pratica ed efficace a cui si può forse imputare solo una punta di utopia. Chi scrive infatti ha il sospetto, non del tutto infondato, che le fila di queste figure mitologiche, destinate a vagare per i corridoi degli atenei faticando anche più di Ercole senza neanche la certezza di poter accedere all’Olimpo, siano troppo affollate per essere risarcite dai posti messi a disposizione nei vari concorsi. Pagare il lavoro dei creditori in questione combatterebbe dalle fondamenta un sistema ingiusto saldando il conto solo in parte ma, forse, non garantirebbe lo svolgimento regolare di un concorso, moneta troppo spesso usata per saldare debiti contratti non sempre e non solo all’interno delle università.