“Con il fiato sospeso”, a Venezia il dramma di un ricercatore di chimica

Di Giulia Serventi Longhi.

2003, Emanuele Patanò muore nel laboratorio di chimica della Facoltà di Farmacia dell’Università di Catania. Oggi, al Festival di Venezia Costanza Quatriglio racconta la sua storia attraverso il volto e le parole di Alba Rohrwacher

CON IL FIATO SOSPESO - Qualcuno su Twitter ha scritto che con “Il fiato sospeso” è un film breve che vorresti lungo. E in effetti l’opera di Costanza Quatriglio meriterebbe più minuti, oltre il documentario, squarcia il velo sulla dura realtà dei ricercatori italiani.

LA DENUNCIA DI UN SISTEMA - Il tema scottante è solo uno dei tanti che potrebbero essere raccontati prendendo spunto da ciò che avviene dentro gli atenei del nostro paese. Dove l’entusiasmo dei giovani viene sfruttato per coprire i buchi di un sistema che non funziona, dove mancano i fondi e dove le esigenze del mercato, in questo caso delle case farmaceutiche, sono sempre più incalzanti.

LA STORIA - Il film tratto dagli appunti di un ex ricercatore della Facoltà di Farmacia dell’Università di Catania è ambientato in un laboratorio. Nel film di Costanza Quatriglio Emanuele è Stella che impegnata per la tesi finale del suo corso di laurea si chiude giorno e notte nel laboratorio inalando sostanze tossiche come mercurio, zinco, arsenico, rame e nichel.

Emanuele/Stella che nel film ha il volto della sempre più brava Alba Rohrwacher è consapevole dei rischi a cui sta andando incontro ma preso dal fuoco della conoscenza e convinto dalle rassicurazioni dei professori che la seguono, va avanti nonostante le preoccupazioni degli amici.

Dalla scoperta della passione, alla dedizione, alla scoperta dei primi sintomi della malattia. Nel film Stella si abbandona al proprio destino con consapevolezza ma rassegnazione.

Nella vita reale Emanuele è morto per cancro ai polmoni. Sulla vicenda è ancora aperta un causa giudiziaria che vede implicati diversi professori universitari ma che al momento non ha identificato colpevoli.

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