I Metodi Clinici (seconda parte)

Di Micaela Bonito.

La seconda parte del metodo del colloquio clinico. Approfondimenti da sapere.

I METODI CLINICI

- Introduzione - Il metodo del colloquio clinico - Il metodo psicoanalitico

Il metodo del colloquio clinico 2/2

Ekman e Fiesen
(1969, 1972) hanno individuato, in linea generale, 5 categorie di segnali non verbali:
a. "emblematici", ovvero emessi intenzionalmente e aventi un significato specifico (ad es., scuotere la mano in segno di saluto);
b. "illustratori", ovvero realizzati nel corso della comunicazione verbale per illustrare ciò che si va dicendo;
c. "indicatori dello stato emotivo" (ad es., scuotere un pugno in segno di rabbia);
d. "regolatori", ovvero tendenti a regolare appunto la sincronizzazione degl’interventi nell’ambito di un dialogo;
e. "di adattamento" alla situazione.

Da quanto detto, si evince che la comunicazione non verbale ha una sua forte componente relazionale, metacomunicativa e simbolica.

La tecnica del colloquio clinico ha applicazioni molteplici (pur con varianti di rilievo) anche in altri settori non strettamente psicologici (giuridico, medico, giornalistico…).
Inoltre, lo psicologo e lo psichiatra la utilizzano in occasioni diverse: nel campo medico-legale (per determinare, ad es., la "pericolosità sociale" dell’individuo incriminato), nel campo della selezione e dell’orientamento professionale (per valutare le attitudini specifiche dell’esaminato), nel campo più strettamente clinico (per il rilievo e lo studio delle anomalie comportamentali).
In ogni caso, l’obiettivo di base del colloquio clinico è quello di delineare la struttura della personalità del soggetto esaminato.
A tal fine, il materiale raccolto durante il colloquio (dati riguardanti la situazione attuale, dati biografici, atteggiamenti nei riguardi dell’esaminatore, comunicazione espressiva…) dovrà essere sottoposto ad un vaglio critico: dev'essere così valutata la verosimiglianza e la coerenza dei fatti; l’eventuale presenza di zone oscure; la presenza di dettagli più o meno numerosi nei vari settori esplorati.

Il colloquio clinico permette una conoscenza diretta ("dal vivo") della dinamica interpersonale del soggetto "esaminato"
Esso è, infatti, una struttura sociale elementare, diadica (tra l’esaminatore e l’esaminato), un caso particolare della vita di relazione del soggetto.
Inoltre, l’utilizzazione del colloquio a scopo diagnostico e prognostico si basa su di un presupposto fondamentale: che i tratti, le disposizioni, rilevate in una persona in occasione del colloquio non sono caratteristiche contingenti o casuali, ma possono essere trasferite ad ambiti più vasti e rilevanti del comportamento (possono cioè essere ascritte all’ "identità psicologica" della persona, tenendo però presente che la persona stessa è comunque un "sistema multivalente", cioè dalle potenzialità molteplici e dai molteplici "ruoli" ch’ella veste nei diversi contesti).

In base a quanto detto, è perciò importante delineare alcuni problemi che possono compromettere la validità e l’attendibilità del colloquio clinico:
a il problema dell'eventuale suggestione indotta nell'esaminato dalle formule usate dall’interrogatore;
b il problema dell’intervento della personalità (oltre che del ruolo speciale) dell’esaminatore, che suscita emozioni e motivazioni particolari nell’esaminato (l’esaminatore è sì un osservatore, ma un "osservatore partecipe").
[In senso specifico, s’intende per "ruolo" il comportamento da tenere in un sistema sociale (famiglia, scuola…), riferito ad una particolare posizione.
Ad es., nel colloquio adottato in campo medico-legale, il perito può essere visto dall’accusato fondamentalmente sotto 4 diversi aspetti: come agente medico dell’apparato repressivo; come agente di un tabù sociale (la follia); come borghese sprezzante o comunque estraneo; come medico protettore, salvatore. Ovviamente, in base all’immagine assegnatagli dal soggetto esaminato, l’esaminato stesso reagirà con atteggiamenti diversi (aggressività o evasività o compiacenza).]
c il problema della valutazione critica della testimonianza del soggetto, cioè della sua fedeltà e della sua completezza. [vd. punto precedente]
d il problema del contenimento, entro certi limiti tollerabili, della distorsione interpretativa, quando l’esaminatore operi la sintesi conclusiva sul materiale raccolto.

Gli errori di valutazione diagnostica sono dovuti a:
- "impostazione iniziale prevenuta", che porta l’esaminatore a ricercare nel colloquio solo i sintomi che la confermino;
- "implicazioni ingiustificate" legate all’esperienza soggettiva dell’esaminatore e all’accettazione acritica di teorie e sistemi psicologici;
- "somiglianza o simpatia presunta" che l’esaminatore crea con l’esaminato;
- "fraintendimento", ovvero incomprensione, travisamento (inconsapevole) del messaggio da parte del ricevente.
- "proiezione", secondo cui il giudice "proietta" appunto sull’esaminato i propri bisogni e motivazioni.

La proiezione, a sua volta, può essere:
*"attributiva" (è la somiglianza del punto 3);
*"classica" (l’esaminatore attribuisce all’esaminato proprie caratteristiche indesiderate);
*"razionalizzata" (l’esaminatore è consapevole della propria proiezione, ma non dei motivi per cui lo fa).