classico_2002

Di Carlotta Ricci.


CLASSICO - 2002

Cicerone - Laelius de amicitia (paragrafi 65 e 66)

Firmamentum autem stabilitatis constantiaeque eius, quam in amicitia quaerimus, fides est; nihil est enim stabile quod infidum est. Simplicem praeterea et communem et consentientem, id est qui rebus isdem moveatur, eligi par est, quae omnia pertinent ad fidelitatem; neque enim fidum potest esse multiplex ingenium et tortuosum, neque vero, qui non isdem rebus movetur naturaque consentit, aut fidus aut stabilis potest esse. Addendum eodem est, ut ne criminibus aut inferendis delectetur aut credat oblatis, quae pertinent omnia ad eam, quam iam dudum tracto, constantiam. Ita fit verum illud, quod initio dixi, amicitiam nisi inter bonos esse non posse. Est enim boni viri, quem eundem sapientem licet dicere, haec duo tenere in amicitia: primum ne quid fictum sit neve simulatum; aperte enim vel odisse magis ingenui est quam fronte occultare sententiam; deinde non solum ab aliquo allatas criminationes repellere, sed ne ipsum quidem esse suspiciosum, semper aliquid existimantem ab amico esse violatum. Accedat huc suavitas quaedam oportet sermonum atque morum, haudquaquam mediocre condimentum amicitiae. Tristitia autem et in omni re severitas habet illa quidem gravitatem, sed amicitia remissior esse debet et liberior et dulcior et ad omnem comitatem facilitatemque proclivior.


Traduzione


Ma la base di quella stabilità e di quella costanza che cerchiamo nell'amicizia è la fiducia; nulla infatti che sia infido è stabile. Inoltre è bene scegliersi un amico sincero, e cortese, e affine a noi, il che vuol dire che sia colpito dalle medesime cose che colpiscono noi; e tutto ciò concerne la buona fede; infatti non può essere fidato un carattere ambiguo e tortuoso, e nemmeno può essere fidato o stabile chi non viene colpito dalle medesime cose e non ha la stessa sensibilità.
Si deve aggiungere per lo stesso motivo che non prenda gusto né a lanciare accuse né dia credito ad accuse lanciate da altri: tutte cose che attengono a quella costanza di cui già da un po' vado trattando. Così si verifica quello che ho detto all'inizio: che l'amicizia non può esserci se non fra uomini onesti. E' infatti caratteristica dell'uomo onesto, quel medesimo che è lecito definire saggio, osservare questi due principi nell'amicizia: primo, che non vi sia nulla di finto o simulato; infatti è più proprio dell'uomo d'animo nobile odiare apertamente che celare il proprio pensiero dietro una facciata falsa; e poi, non solo che respinga le accuse portate da qualcuno, ma che non sia nemmeno lui sospettoso, pensando sempre che l'amico sia venuto meno in qualcosa al patto d'amicizia.
A ciò bisogna che si aggiunga una certa qual dolcezza di discorsi e di costumi, un condimento niente affatto di poca importanza dell'amicizia. La scontrosità e quella certa severità in ogni circostanza hanno certamente solennità, ma l'amicizia dev'essere un po' più indulgente, e schietta, e dolce, e predisposta ad ogni affabilità e condiscendenza.