Cecco Angiolieri: biografia, opere e stile

Cecco Angiolieri: biografia, opere e stile A cura di Silvia Corelli.

Cecco Angiolieri: biografia, opere e stile di uno dei maggiori esponenti della poesia comico-realistica, con testo, analisi e parafrasi di "S'i fossi foco"

1Introduzione a Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri è uno scrittore e poeta toscano – per l’esattezza senese – contemporaneo di Dante, e per questo conosciuto soprattutto per quei caratteri che lo contraddistinguono dal poeta della Divina Commedia. Cecco Angiolieri è infatti un poeta appartenente a quello che viene definito il filone comico-realistico (detto anche “poesia giocosa”) della poesia toscana delle origini, un movimento poetico che si contrappone a quello stilnovista di cui Dante è esponente.
Conosciamo questo vivacissimo e originale autore ripercorrendo le tappe della sua vita e della sua opera, soffermandoci poi in particolare su quello che è il suo componimento più noto

2La biografia di Cecco Angiolieri

Colonna eretta in memoria della Battaglia di Campaldino del 1289
Colonna eretta in memoria della Battaglia di Campaldino del 1289 — Fonte: istock

Entriamo innanzitutto nella biogriafia dell'autore. Cecco Angiolieri nasce nel 1260, a Siena, in una famiglia più che benestante, agganciata agli ambienti illustri e politicamente determinanti del tempo: suo padre è il banchiere di papa Gregorio IX, è guelfo, cavaliere e priore della città senese.
Della sua infanzia sappiamo poco, ma probabilmente passò quegli anni a Siena e cominciò poi, in gioventù, a combattere nell’esercito guelfo nelle numerose battaglie contro i ghibellini, senza mai distinguersi, però, come soldato e anzi procurandosi diverse multe e accuse come disertore.
Importante è, in questo periodo, la battaglia di Campaldino, uno scontro decisivo per le sorti della Toscana che ebbe luogo nel 1289. È uno degli scontri campali determinanti nelle guerre che dei guelfi contro ghibellini che si scontravano soprattutto per il controllo di Firenze e dei suoi possedimenti, e in seguito alla quale cominciò l’inarrestabile avanzata guelfa sul territorio.

In questa battaglia Cecco Angiolieri partecipò attivamente e, come racconta in uno dei suoi componimenti, è qui che incontrò anche Dante Alighieri, combattente insieme a Cecco per l’esercito guelfo.
Con Dante, Cecco intrattiene in seguito un rapporto interessante e comune per i letterati del tempo: i due si scambiano poesie, spesso in forma di tenzoni, un tipo particolare di componimento attraverso il quale due poeti portano avanti quasi uno scambio epistolare in versi e ingiurioso. Per cause che non conosciamo dopo pochi anni l’amicizia con Dante si rompe. 

Ritratto di Dante Alighieri, per un periodo amico di Cecco Angiolieri
Ritratto di Dante Alighieri, per un periodo amico di Cecco Angiolieri — Fonte: ansa

Nel 1289, Cecco Angiolieri è costretto ad allontanarsi da Siena, perché messo al bando e negli anni successivi, di cui si sa pochissimo, il poeta si trova spesso a soggiornare fra Roma e Verona. Le pochissime notizie che possediamo di questi anni vengono dalle sue poesie e da fonti indirette: Cecco Angiolieri ebbe sicuramente cinque figli, a Roma lavorò sotto la protezione del cardinale Petroni, e nel 1312 poté tornare a Siena. Non sappiamo altro. È a Siena, dopo essere rimpatriato, che Cecco Angiolieri muore fra il 1312 e il 1313.
Nonostante la grande ricchezza in cui versava la sua famiglia, pare che al tempo della sua morte Cecco Angiolieri fosse ricoperto di debiti, tanto che i suoi figli non vollero accettare la sua eredità: avrebbe comportato il pagamento di grandi tasse. 

3Le opere di Cecco Angiolieri e la sua poetica

Il periodo in cui Cecco Angiolieri compone di più è quello delle battaglie contro i ghibellini e quindi degli anni che precedono l’esilio da Siena. Purtroppo è molto difficile seguire la produzione di Cecco. Molti componimenti sono andati perduti, altri gli sono stati attribuiti per errore negli anni Settanta dell’Ottocento da Alessandro D’Ancona, e fino agli anni Cinquanta del Novecento nessuno aveva ancora notato il problema. Sono stati Mauro Marti e Maurizio Vitale a cercare di sistemare un’edizione dei componimenti di Cecco Angiolieri, definiti generalmente “Rime”, organizzando i componimenti in base alle esperienze della vita del poeta e al presunto succedersi cronologico delle opere. I testi non sono datati e molti neppure sono firmati: ecco il motivo per cui è tanto difficile organizzarli.
Tralasciando questo problema di natura filologica, comunque fondamentale per comprendere l’evoluzione del pensiero di Cecco, passiamo a spiegare su cosa si concentra la poesia dell’Angiolieri e quali sono i suoi principali caratteri.

Il nome di Cecco Angiolieri, insieme a quello di Rustico Filippi, compare in ogni capitolo di storia della Letteratura Italiana insieme alla locuzione di poesia comico-realistica o comico-giocosa. Sono infatti questi due poeti i massimi rappresentanti di questo filone che alla fine del Duecento si contrappone nettamente alla poesia e alla filosofia dello Stilnovo.
La poesia comico-realistica è un tipo di poesia che reagisce allo stile aulico e ricercato dello stilnovismo attraverso un linguaggio comune e quotidiano, spesso anche volgare e rozzo. Cecco Angiolieri sviluppa un tipo di poetica che aderisce alla vita di tutti i giorni nei suoi aspetti più bassi e aspri. Parla di donne, anche in modo erotico o in modo canzonatorio, attaccando in particolare le vecchie brutte e sfiorite senza preoccuparsi di utilizzare toni offensivi e crudi. Parla del bere, della taverna e dei piaceri del vino e dei vizi di gola. Si concentra molto sul gioco d’azzardo e quindi sugli ambienti anche malavitosi del suo tempo. Se ricordiamo le tematiche dello Stilnovo vediamo come tutto questo si opponga drasticamente a quel tipo di poesia, ritenuta da Cecco Angiolieri eccessivamente ricercata, filosofica e utopistica e sicuramente incapace di trasmettere le variopinte sfaccettatura della società toscana e della vita comune.

Tre cose solamente mi so 'n grado, | le quali posso non ben men fornire: | ciò è la donna, la taverna e 'l dado; | queste mi fanno 'l cuor lieto sentire.

Cecco Angiolieri, Rime, LXXXVII, 1-3

4Cecco Angiolieri: "S'io fossi foco"

Il sonetto più famoso di Cecco Angiolieri (è stato ripreso anche in una canzone di Fabrizio De Andrè) è S’i fossi foco, un sonetto che prende il nome dal primo emistichio del primo verso, come accade per tutte quelle poesie a cui l’autore non ha dato un titolo.
Il filo conduttore del sonetto è il malessere e la rabbia del poeta verso il suo mondo contemporaneo, un mondo che l’io lirico del poeta vorrebbe distruggere. C’è molto di più della rabbia in questi versi e l’analisi del sonetto ci farà comprendere anche la grandissima cultura di Cecco Angiolieri.
Vediamo il testo e la parafrasi per continuare l’analisi del sonetto S'io fossi foco:

Testo

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;


s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
ché tutti cristïani imbrigherei;
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.


S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente farìa da mi’ madre.


S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

Parafrasi

Se io fossi il fuoco, brucerei il mondo; se fossi il vento lo tempesterei; se fossi acqua lo annegherei, se fossi Dio farei sprofondare il mondo. Se fossi il papa ne sarei molto felice perché farei passare guai a tutti i cristiani, se fossi l’imperatore, sai cosa farei, taglierei a tutti la testa. Se fossi la morte andrei da mio padre e se fossi la vita fuggirei invece da lui, e farei lo stesso con mia madre. Se io fossi Cecco, come infatti sono ora e come sono stato, prenderei tutte le donne giovani e di bell’aspetto e lascerei invece le vecchie a qualcun altro.

Il sonetto segue lo schema rimico ABBA ABBA CDC CDC e la prima figura retorica che balza all’occhio è certamente l’anafora, ossia la ripetizione della stessa parola (o parole) a inizio di ogni verso, in questo caso “s’i fossi”. Vi sono poi diverse personificazioni, in particolare con i tre elementi del fuoco, dell’aria (il vento) e dell’acqua, poi con la morte e con la vita. Quella con il papa e con l’imperatore non è una personificazione ma una identificazione, si tratta infatti di due figure umane con cui il poeta può paragonarsi.

Il componimento è elaborato sul modello di un tipo di poesia provenzale denominata “plazer”. La poesia provenzale, quella dei trovatori, era un modello fondamentale per i poeti italiani e in particolare toscani, per tutto il Duecento. Anche Cecco Angiolieri, quindi, conosce la tradizione della poesia trobadorica ma in questo caso ne ribalta i canoni: il plazer consisteva in un elenco di attività o elementi piacevoli per il poeta, qui invece Cecco elenca tutto ciò che vorrebbe distruggere. Per farlo passa attraverso quelli che sono gli elementi più importanti non solo del suo tempo ma anche dell’intero cosmo: si identifica con massimi esponenti della politica medievale, come il papa e l’imperatore, potentissimi e in grado di influire negativamente su moltissime vite. Si identifica con gli elementi naturali del fuoco, dell’aria e dell’acqua, forze della natura incontrastate, e si identifica poi con la Morte e con la Vita, le potenze maggiori nell’intero universo. Tutto questo trova una brusca interruzione quando il poeta ammette di essere solamente Cecco e, come tale, si occuperà solo di trovarsi delle belle donne giovani.
Vediamo che in questo componimento è presente uno dei temi caratteristici della poesia di Cecco Angiolieri, l’amore per le donne, e che lo stile è molto semplice, aspro e non ha nessun elemento di dolcezza.