Caporetto: cronologia, battaglia e protagonisti

Caporetto: cronologia, battaglia e protagonisti A cura di Edoardo Angione.

Battaglia di Caporetto del 1917: storia della disfatta degli italiani al fronte durante la Prima Guerra Mondiale

1Introduzione alla Battaglia di Caporetto

Poche settimane prima di della battaglia di Caporetto (24 ottobre - 19 novembre 1917), una cittadina slovena anche conosciuta come Kobarid, sull’alto Isonzo, si pensava che almeno fino alla fine dell’anno i soldati del Regno d’Italia potessero riposarsi per un po’.

Era autunno, ed il Generale Luigi Cadorna, un tipo piuttosto rigido, aveva insolitamente fatto firmare un bel po’ di licenze, per poi prendersi anche lui un paio di settimane di riposo a Vicenza. Eppure, contrariamente alle aspettative, il comando tedesco sferrerà il 24 di quell’ottobre un attacco massiccio e devastante, tanto da riuscire a penetrare oltre le linee di difesa italiane. L’esercito italiano viene colto impreparato, nonostante il fatto che c’erano state diverse possibilità di prevedere tutto. Con 40.000 morti e quasi 300.000 prigionieri, sarà una delle sconfitte più drammatiche mai subite dall’Italia, che metterà in evidenza l’inadeguatezza di uno stato maggiore profondamente inadeguato, ponendo le basi per un cambio di strategie. 

2Il 1917: un anno difficile

Il 1917 è l’anno in cui le popolazioni civili di molti Stati iniziano a manifestare la propria stanchezza nei confronti della Prima guerra mondiale. E lo fanno con ottime ragioni:    

  • Le economie dei singoli stati erano finalizzate alla produzione di armi ed al proseguimento della guerra. Questo peggiorava nettamente le condizioni di vita di tutti.
  • Su tutti i fronti erano morti milioni di giovani soldati, portando altrettanti lutti nelle proprie famiglie: un dramma collettivo che iniziava a minare profondamente il consenso alla guerra.
L'Isonzo alle falde del Monte Nero verso Caporetto durante la Prima Guerra Mondiale
L'Isonzo alle falde del Monte Nero verso Caporetto durante la Prima Guerra Mondiale — Fonte: ansa

I governi, dal canto loro, tendevano a considerare qualsiasi forma di malcontento come ‘disfattismo’. La principale misura per contenere il disfattismo nel 1917 sono le svolte autoritarie, che si verificano in buona parte degli stati di entrambi i fronti. La Russia, nel frattempo, si stava progressivamente ritirando dalla guerra, e questo significava che Tedeschi ed Austriaci potevano concentrarsi sul fronte italiano.
Già da settembre gli alti comandi austro-tedeschi individuano nella zona intorno a Caporetto un punto strategicamente ideale per far cadere il fronte italiano una volta per tutte. In gran segreto, Iniziano a raggruppare uomini, munizioni e cannoni provenienti da ogni parte dell’Europa Centrale, trasportati su treni fino ad una linea compresa tra Selo ed il Monte Rombon. La Germania schiera accanto ai soldati austriaci 7 divisioni scelte, ed il comando delle operazioni è affidato al generale Otto Von Below.   

3Un esercito allo stremo

Mappa delle operazioni sull'altopiano della Bainsizza, 1917
Mappa delle operazioni sull'altopiano della Bainsizza, 1917 — Fonte: ansa

Nell’estate del 1917 l’Italia aveva tentato una massiccia offensiva sull’Altopiano della Bainsizza, un terreno boscoso, tutt’altro che facile da attraversare, per raggiungere un obiettivo ben difeso dagli austro-ungarici: l’avanzata si era fermata senza successo. Nel corso di questa battaglia, l’undicesima lungo il fiume Isonzo, erano morti circa 25.000 soldati. I soldati erano allo stremo, perché le battaglie dell’Isonzo, iniziate nel maggio del 1915, erano state una lunga e logorante guerra di trincea, dove centinaia di migliaia dei loro commilitoni avevano perso la vita.

Nel maggio del 1915 l’obiettivo iniziale sarebbe stato quello di raggiungere Trieste, ma i risultati, fino al 1917, erano stati piuttosto trascurabili. Le truppe austriache avevano adottato efficaci tattiche difensive, ed esattamente come era accaduto per tanti altri fronti della Prima guerra mondiale, quella che doveva essere un’azione veloce si era trasformata in un’interminabile guerra di trincea. All’inizio dell’autunno del 1917, intanto, erano arrivate voci di una probabile offensiva nemica, a cui però non veniva dato peso: secondo il comando italiano i Tedeschi erano stanchi e logori

4Il caso dei disertori

Insomma, l’offensiva nemica sembrava imminente, ma il Comando si rifiutava di prendere serie misure di precauzione. Un buon esempio è quello del 20 e del 21 ottobre, quando tre disertori del multinazionale esercito austriaco, due boemi ed un rumeno, avevano fornito dettagliate informazioni sui piani d’attacco del generale Von Below, che si sarebbero poi rivelate sorprendentemente esatte. L’offensiva sarebbe partita da Plezzo, dove la nostra aviazione da ricognizione non aveva riscontrato movimenti. Plezzo era del resto una cittadina situata in una conca, dove le truppe nemiche si potevano facilmente intrappolare. Per questi motivi il generalissimo Luigi Cadorna non dà alcun peso alle informazioni ricevute.

5Il generale Cadorna

Foto di Luigi Cadorna
Foto di Luigi Cadorna — Fonte: ansa

Il generale Luigi Cadorna (1850-1928), era il capo di Stato Maggiore dell’esercito Italiano dal 1914. Era erede di una famiglia nobile, ed in un certo senso figlio ‘d’arte’: suo padre Raffaele era stato al comando del V Corpo d’armata Italiano durante la presa di Roma (1871). Il generale Cadorna prendeva estremamente sul serio la guerra di trincea: non tollerava nessuna debolezza, e si aspettava dai suoi uomini una disciplina ferrea, non esitando a sacrificarli quando era necessario. La sua visione della guerra, basata quasi interamente sull’attacco frontale, era ormai superata perché troppo schematica e rigida in un mondo dove la tecnologia bellica aveva profondamente cambiato le regole del gioco. Ma bisogna dire che in questo non era solo: con la Prima Guerra Mondiale l’intera dottrina militare Europea si trova nettamente impreparata di fronte alle novità della guerra di trincea. 

Cadorna, un nobile, aveva una concezione di esercito di stampo aristocratico e basata interamente sul senso del dovere: non riusciva a capire di avere a che fare con un esercito quasi improvvisato, ed il suo rapporto con le truppe era freddo e distaccato, poco attento alle esigenze umane dei soldati, in gran parte persone comuni sottoposte ad una tensione spaventosa. In caso di cedimenti o rivolte, Cadorna risolveva tutto ordinando fucilazioni sommarie, ed era rigido nella sua concezione di comando, generalmente rifiutandosi di dare ascolto ai propri collaboratori. 

Ritratto di Vittorio Emanuele Orlando
Ritratto di Vittorio Emanuele Orlando — Fonte: ansa

Il generale, insomma, aveva ai propri ordini una moltitudine di uomini, ma era allo stesso tempo isolato, privo di contatti con loro e male informato sulle loro caratteristiche, sui loro punti di forza e sui loro limiti. Allo stesso modo, i rapporti di Cadorna con il governo, improntati su una sfiducia di fondo, non erano dei migliori: nell’estate del 1917, Cadorna aveva scritto una serie di lettere al governo, individuando nelle politiche del primo ministro Vittorio Emanuele Orlando la causa di una “crisi morale” che aleggiava, secondo il generale, sia nell’esercito che nelle truppe.
All’indomani della clamorosa disfatta di Caporetto, Cadorna continuerà ad individuare la ragione del fallimento nella scarsa fibra morale dei propri uomini. 

Siamo in un'ora decisiva. Ancora una volta ripeto: "Ogni viltà convien che qui sia morta"... Si fondano tutte le classi e tutti i partiti che sinceramente amano la Patria in un solo impeto di orgoglio e di fede, per ripetere come nelle giornate memorabili del maggio 1915 al nemico che ascolta in agguato: l'Italia non conosce che la via dell'onore!

Luigi Cadorna

6Un attacco a sorpresa

Anche quando l’artiglieria nemica aveva ricominciato a sparare, il 21 ottobre, il comando supremo continua a sottovalutare la rapidità dell’avanzata del nemico. Ma già il 24 ottobre, alle 2 del mattino, l’artiglieria austro-tedesca si scatena. I bombardamenti durano cinque ore, mentre un battaglione tedesco riesce ad infiltrarsi in una piccola breccia aperta dal fuoco, piazzando esplosivi e tagliando le linee di comunicazione.

Il giorno dopo gli austro-tedeschi hanno catturato 10.000 prigionieri e sono arrivati a Caporetto, a circa trenta chilometri dal fronte. Il comando supremo di Udine inizia a capire soltanto nella notte tra il 26 ed il 27, quando la stessa Udine è minacciata dal nemico, che il nemico, dopo aver aperto una falla nelle linee di difesa, ormai larga 500 chilometri, si stava riversando in massa oltre le trincee. Soltanto la mattina del 27, dunque con notevole ritardo, Cadorna ordina il ripiegamento sul Tagliamento.

Battaglia di Caporetto del 1917: una linea di sbarramento protegge la ritirata italiana
Battaglia di Caporetto del 1917: una linea di sbarramento protegge la ritirata italiana — Fonte: ansa

La ritirata si rivela essere una vera e propria fuga: Cadorna annuncia la disfatta il 28 ottobre, incolpando i soldati della II armata, “vilmente ritiratasi senza combattere”. Ancora una volta, il generale individuava le cause della sconfitta nel disfattismo delle truppe, che a loro volta, mentre erano in fuga, venivano raggiunte da una pioggia di volantini rilasciati dagli aerei austriaci: c’era scritto che la colpa dello “sfacelo” era del “generalissimo” Cadorna. Udine era ormai caduta, l’intero Friuli era occupato, 300.000 uomini venivano fatti prigionieri, e migliaia di soldati cercavano scampo insieme ai civili.

7Conseguenze della disfatta

Foto di Armando Diaz
Foto di Armando Diaz — Fonte: ansa

Cadorna aveva pianificato una macchina militare fondata sull’obbedienza cieca e assoluta: quando la situazione era crollata, e la rete di comunicazione distrutta, i comandi Italiani si erano lasciati prendere dal panico. La mancanza di iniziativa e la scarsa comunicazione in un esercito poco dinamico erano ormai apertamente riconosciute non solo in Italia, ma anche presso gli alleati. Il 6 novembre a Rapallo c’è una conferenza speciale dei capi politici e militari dell’Intesa, dove Francesi e Inglesi chiedono l’allontanamento definitivo di Cadorna dal comando. Del resto l’esonero di Cadorna era già stato deciso: gli verrà sostituito Armando Diaz.

Il Regio esercito riuscirà a ritirarsi sul Piave, dove i soldati italiani finiscono di prendere posizione il 12 novembre. Date le ingenti perdite subite sull’Isonzo, il Regno d’Italia sarà costretto a convocare i ragazzi nati nel 1899: sarà anche grazie all’apporto di questi diciassettenni che, un anno esatto dopo Caporetto, l’Italia riporterà la vittoria finale a Vittorio Veneto.

Quanto a Cadorna, viene nominato rappresentante italiano al Consiglio superiore di guerra a Versailles, dove lavorerà per qualche mese. Il generale non è particolarmente scosso, e non ammetterà mai di aver sbagliato. Neanche quando viene richiamato in Italia, nel febbraio del 1918: sarà interrogato da una commissione istituita per indagare sulle responsabilità della disfatta. Di fronte alla commissione, Cadorna continua ad incolpare il governo ed i soldati, ma viene aspramente criticato, e nel settembre del 1919 messo a riposo. Per l’opinione pubblica Cadorna è il colpevole della sconfitta. Nel 1924, Mussolini nominerà Cadorna maresciallo d’Italia insieme a Diaz.