Brigate Rosse: storia, attentati e protagonisti

Brigate Rosse: storia, attentati e protagonisti A cura di Edoardo Angione.

Le Brigate Rosse: storia, eventi e protagonisti dell'organizzazione terroristica che ha segnato gli anni Settanta italiani, anche noti come gli anni di Piombo

1Introduzione alle Brigate Rosse: cosa sono

Le Brigate Rosse (BR) sono state un’organizzazione militante ed eversiva di estrema sinistra in Italia. Non una qualsiasi, ma probabilmente la più pericolosa ed importante. Inizialmente attive soprattutto nelle città industriali del nord, tra il 1970 ed il 1988 le BR porteranno a termine una serie di azioni terroristiche ai danni di persone ed organizzazioni, mietendo decine di vittime e seminando terrore ed incertezza in tutto il paese.  

I bersagli delle BR furono molteplici, legati alla politica, alle forze dell’ordine, allo stato, e a tutto ciò che, secondo le teorie dell’organizzazione, ostacolava la rivoluzione in Italia. All’inizio le BR avevano portato a termine più che altro sabotaggi industriali, ma passeranno presto ai rapimenti e agli omicidi. Lo scopo delle Brigate Rosse rimase sempre politico: sovvertire l’ordine democratico della repubblica italiana attraverso la lotta armata e la propaganda, preparando la strada per una sollevazione Marxista.  

2Gli inizi: il CPM

Foto di Renato Curcio, tra i fondatori del CPM
Foto di Renato Curcio, tra i fondatori del CPM — Fonte: ansa

Le radici delle Brigate Rosse sono da ricercare negli ultimissimi anni ‘60. L’autunno del 1969, che ricordiamo come l’autunno caldo, è il momento in cui la violenza si fa particolarmente intensa, ma è anche un punto di svolta in cui gli operai si riunivano in collettivi politici alternativi alle organizzazioni sindacali. Tutto sembrava possibile, persino la lotta armata.  

Sembra che i fondatori delle Brigate Rosse abbiano deciso di passare alla lotta armata tra il 1969 ed il 1970, durante alcuni incontri di un gruppo milanese della sinistra extraparlamentare, il Collettivo Politico Metropolitano (CPM), che riuniva molti piccoli collettivi locali di operai e studenti di Milano. Tra i fondatori del CPM c’erano Renato Curcio, ex studente di sociologia a Trento, e sua moglie Margherita “Mara” Cagol, che aveva studiato con lui a Trento. Entrambi avranno un ruolo di spicco nelle Brigate Rosse.  

3La “strategia della tensione”

Poco dopo la fondazione del CPM, 12 dicembre del 1969, scoppia una bomba a Piazza Fontana, nel pieno centro di Milano. Il bilancio è di 16 morti ed 87 feriti. Contemporaneamente, a Roma, esplodevano altre due bombe ferendo altre 16 persone. All’inizio, si sospetta che i responsabili di questa strage terroristica siano gruppi della sinistra extraparlamentare, che a loro volta attribuivano la responsabilità a gruppi di estrema destra aiutati dai servizi segreti di stato.
Un giornale britannico definì questo uso politico del terrore “strategia della tensione”: un progressivo incremento della tensione che mirava a provocare, incolpare ed isolare la sinistra italiana, dove il partito comunista era politicamente legato al blocco sovietico. 

La strage di Piazza Fontana
La strage di Piazza Fontana — Fonte: ansa

Con queste premesse, tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970 il CPM si trasforma in Sinistra Proletaria (SP): il gruppo discute la questione della lotta armata, della clandestinità e del ricorso alla violenza. Sembra che nel settembre del 1970, nel corso di un incontro a Pecorile, nell’Appennino emiliano, alcuni tra i membri più importanti di SP decidono di adottare definitivamente la lotta armata militare come l’unico modo per ottenere potere politico ed educare le masse. Da questo momento, il gruppo entra a pieno nella clandestinità

Poco tempo dopo, a Mliano, senza troppo clamore, nascono le Brigate Rosse. Il nome richiamava un legame con la resistenza, ed il simbolo, la stella a cinque punti, si ispirava a quello dei Tupamaros in Uruguay. 

4Ideali e funzionamento delle Brigate Rosse

Da un punto di vista ideologico, le BR guardavano sicuramente al Marxismo-Leninismo da una parte, e alla rivoluzione culturale Maoista dall’altra. La dittatura del proletariato, sarebbe stata realizzata in tre fasi: la propaganda armata, un “attacco al cuore dello stato”, ed infine una vera e propria guerra civile, che sarebbe culminata nel rovesciamento dello stato borghese. 

Altri modelli per le BR saranno i già citati Tupamaros in Uruguay ed il terrorismo palestinese. Le Brigate Rosse stabiliranno contatti con altri gruppi militanti in Europa, in particolare la tedesca RAF

Da un punto di vista economico, le BR si finanziano attraverso rapine, rapimenti e riscatti, e non è escluso, anche se non è mai ancora stato dimostrato, un rapporto con paesi del blocco sovietico. Se agli inizi si stima che fossero coinvolte nelle BR circa 50 persone, nel periodo di maggiore espansione (1978-79) l’organizzazione avrebbe raggiunto un migliaio di militanti, destinati poi a declinare rapidamente negli anni ‘80. 

5La Propaganda Armata

Alcuni volantini delle Brigate Rosse
Alcuni volantini delle Brigate Rosse — Fonte: ansa

I primi volantini firmati “Brigata Rossa”, con la caratteristica stella a cinque punte, appaiono nella primavera del 1970 presso uno stabilimento della Sit-Siemens a Milano. Da allora e fino al 1972 le BR prenderanno di mira le proprietà, più che le persone; automobili, macchinari industriali, uffici di leader politici della destra o di sindacati.  

Con i volantini, le Brigate Rosse rivendicavano le proprie “azioni” con toni aspri e apertamente provocatori. I volantini venivano diffusi nelle fabbriche, e spiegavano che le BR non compivano semplici atti di teppismo, ma vere e proprie “punizioni” per comportamenti che colpivano gli operai: “per ogni compagno che colpiranno durante la lotta, qualcuno di loro dovrà pagare”, oppure “per un occhio, due occhi”.  

Nei comunicati c’erano anche scritti i nomi, i cognomi, gli indirizzi e le generalità di persone che potevano essere colpite: ad esempio il modello ed il numero di targa della loro automobile. I bersagli di questi volantini potevano essere operai che si rifiutavano di scioperare (i crumiri), o capi del personale (i padroni). Il  27 novembre del 1970, ad esempio, dopo il licenziamento di un meccanico sindacalista di 50 anni, le Brigate Rosse incendiavano l’automobile del capo dei servizi di vigilanza della Pirelli-Bicocca.  

Foto del sequestro di Idalgo Macchiarini per mano delle Brigate Rosse
Foto del sequestro di Idalgo Macchiarini per mano delle Brigate Rosse — Fonte: ansa

Secondo le Brigate Rosse, questi bersagli rappresentavano “l’organizzazione capitalistica del lavoro, della vita e del potere”. Colpirli serviva a “mantenere alti livelli di mobilitazione popolare”. Questa strategia era precisamente la ‘propaganda armata’, attraverso cui speravano di mobilitare prima o poi i lavoratori italiani.  

La spirale di violenza inizia ad aggravarsi il 3 marzo del 1972, quando le BR sequestrano un dirigente della Sit-Siemens, l’ingegner Idalgo Macchiarini, e lo fotografano con un cartello al collo. Sopra, tra le altre cose, c’era scritta una frase di Mao Tse-Tung: “colpiscine uno per educarne cento”. Macchiarini viene liberato in giornata: era il primo sequestro organizzato dalle Brigate Rosse.  

6I primi sequestri

Il sequestro di Macchiarini suscita articoli da parte della stampa nazionale, che per la prima volta si interessa al fenomeno BR. Per i brigatisti era un successo: attraverso la “propaganda armata” puntavano proprio a far parlare di sé, anche e soprattutto in modo negativo, sperando che questo avrebbe mobilitato i lavoratori in tutto il paese. 

Foto di uno dei sequestri per mano delle Brigate Rosse
Foto di uno dei sequestri per mano delle Brigate Rosse — Fonte: ansa

Seguirono presto altri sequestri, spesso di qualche ora, ma che a volte duravano giorni. Ad essere colpiti sono ancora personaggi legati al mondo dell’industria, come l’ingegnere Michele Mincuzzi dell’Alfa Romeo, sequestrato il 28 giugno del 1973, o il capo del personale FIAT Ettore Armerio, sequestrato per otto giorni nel dicembre del 1973. Tutte le vittime avevano in comune, secondo le Brigate Rosse, l’aver compiuto azioni controrivoluzionarie.   

La notorietà naturalmente aveva un prezzo: la prima risposta delle forze dell’ordine arriva nel 1972, con una prima ondata di arresti. A questo punto le Brigate Rosse rinforzano la propria organizzazione clandestina, ispirandosi nuovamente ai guerriglieri urbani marxisti-leninisti dell’Uruguay, i Tupamaros. L’organizzazione prevedeva una serie di “colonne” all’interno delle quali c’erano più brigate, divise in fabbriche ed in quartieri, di cui potevano far parte sia militanti regolari che irregolari. In questo periodo le BR rimangono ancorate allo scontro nelle fabbriche: i bersagli da colpire, ma anche la reclutazione di nuovi membri, erano legate alle fabbriche.  

7L’attacco al cuore dello stato

Il rapimento del magistrato Mario Sossi per mano delle BR
Il rapimento del magistrato Mario Sossi per mano delle BR — Fonte: ansa

Tra il 1973 ed il 1974 le BR crescono, aprendo nuove colonne in Veneto, Liguria e Marche. Allo stesso modo, crescono le loro ambizioni: il loro progetto per arrivare alla dittatura del proletariato entrava nella seconda fase, quella dell’attacco al cuore dello Stato. Da questo momento, le Brigate Rosse porteranno avanti una serie di azioni in grado di incidere sulla politica a livello nazionale, attaccando direttamente lo Stato italiano.  

Il primo bersaglio legato alle istituzioni è Mario Sossi, magistrato dichiaratamente di destra che aveva lavorato ad un processo contro una delle prime organizzazioni armate di estrema sinistra, il genovese Circolo XXII Ottobre. Sossi viene sequestrato dalle BR 18 aprile del 1974 e sottoposto ad un “processo” in cui i brigatisti lo condannavano a morte. Ma Sossi non sarà ucciso: le BR si proponevano di risparmiarlo in cambio della liberazione di alcuni membri del Circolo XXII Ottobre. Per uscire da questa situazione, il procuratore di Genova, Francesco Coco, che si opponeva al ricatto, lascia che la Corte d’appello si dichiari favorevole al rilascio dei prigionieri, spingendo le BR a liberare Sossi. A questo punto Coco fa ricorso alla cassazione, impedendo di fatto il rilascio: una decisione che, come vedremo, gli costerà caro. 

Nel giugno del 1974, a Padova, le Brigate Rosse uccidono per la prima volta: le vittime sono due militanti del MSI. La risposta dello stato non si fa attendere: il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, dopo aver combattuto la mafia in Sicilia, assume il comando a Torino. In un’operazione da lui coordinata, l’8 settembre vengono arrestati due capi storici delle BR, Renato Curcio e Alberto Franceschini grazie alla collaborazione di Silvano Girotto detto “Frate Mitra” un ex frate guerrigliero che aveva collaborato con le forze speciali dei Carabinieri. Nonostante questi ed altri arresti, l’organizzazione riesce a resistere, fondando persino alcune “colonne” all’interno delle carceri.  

Nel 1975 Curcio riesce ad evadere grazie ad un’iniziativa a cui partecipa sua moglie, Margherita Cagol, ma verrà nuovamente arrestato all’inizio del ‘76. Nel frattempo le BR si allargano, istituendo una colonna a Roma, e continuano a colpire bersagli politici: il 15 maggio del 1975 viene gambizzato un consigliere comunale della DC di Milano, Massimo de Caroli. Il 5 giugno del 1975 le BR rapiscono un ricco industriale dello spumante, Vittorio Valentino Gancia, e lo detengono in una cascina in provincia di Alessandria, che i carabinieri riescono ad individuare, liberando Gancia. Nel corso delle operazioni muoiono un appuntato dei carabinieri e la moglie di Curcio, Margherita Cagol. La morte della Cagol radicalizzerà ancora di più le posizioni delle Brigate Rosse, che tra il 1974 ed il 1976 colpiranno sistematicamente le forze dell’ordine.  

8Una nuova organizzazione

3 giugno 1977, prima pagina del quotidiano "Il Giornale Nuovo" con la notizia riguardante l'attentato al suo direttore: Indro Montanelli
3 giugno 1977, prima pagina del quotidiano "Il Giornale Nuovo" con la notizia riguardante l'attentato al suo direttore: Indro Montanelli — Fonte: ansa

Nel 1976 una nuova ondata di arresti colpisce le Brigate Rosse: Curcio ed altri militanti di primo rilievo sono ormai fuori gioco. Tra i pochi superstiti resta Mario Moretti, fautore della linea più dura e militarista dell’organizzazione. Con Moretti alla guida, le BR entrano in una nuova fase “militare”, trasformandosi in una vera e propria organizzazione di guerriglia. L’obiettivo principale rimane “l’attacco al cuore dello stato”, definito dai brigatisti “lo Stato imperialista delle multinazionali” (SIM).  

La prima vittima importante è il procuratore di Genova Francesco Coco, che ai tempi del sequestro Sossi si era rifiutato di collaborare con le BR: viene ucciso l’8 giugno insieme a due membri della sua scorta. Seguono nuovi sequestri, ferimenti e uccisioni: i bersagli non sono più soltanto politici e forze dell’ordine, ma anche avvocati (come Fulvio Croce) e giornalisti (nel 1977 vengono feriti Vittorio Bruno, direttore del Secolo XIX, Indro Montanelli, ed Emilio Rossi, direttore del TG1). Il 16 novembre del 1977 le Brigate Rosse sparano a Carlo Casalegno, vicedirettore del quotidiano La Stampa, che morirà in seguito alle ferite riportate).  

9Il rapimento di Moro

Il 16 marzo del 1978, alle 9 di mattina, le Brigate Rosse rapiscono l’ex primo ministro Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, a Via Fani, Roma. Durante l’operazione, in pochi secondi vengono uccisi i cinque agenti della scorta di Moro. Moro si stava dirigendo verso il parlamento, dove Giulio Andreotti insediava il suo quarto governo, a cui avrebbe partecipato anche il PCI.   

Moro era stato, insieme all’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer, il principale fautore di un avvicinamento tra i due partiti. Si trattava di un avvenimento storico, poiché il PCI era il primo partito comunista d’Europa, formalmente alleato al partito comunista sovietico.

Stretta di mano tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer
Stretta di mano tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer — Fonte: ansa

Il sequestro Moro è uno degli avvenimenti più drammatici della storia Italiana del dopoguerra. Durerà per 55 giorni, durante i quali Moro rimarrà sempre a Roma, in un appartamento in via Montalcini.   

Mentre il Ministro dell’Interno istituisce un comitato per coordinare le operazioni per la liberazione di Moro, il 18 marzo le BR comunicano le ragioni del sequestro; Moro veniva definito “teorico” e “stratega” di un “regime democristiano” che opprimeva il popolo italiano da trent’anni, favorendo la “controrivoluzione imperialista” nel paese. Le Brigate Rosse comunicavano anche che Moro, in quanto rappresentante della classe politica italiana, sarebbe stato giudicato da un Tribunale del popolo. Durante questi giorni drammatici, Moro scrive a parenti e amici, nonché al ministro dell’interno Francesco Cossiga e ad altri esponenti politici, chiedendo sempre di trattare per il suo rilascio.   

Il 15 aprile le BR comunicano che il processo era finito, e che Moro era stato condannato a morte. Successivamente, il 20 aprile, chiedono uno scambio di prigionieri in cambio della vita di Moro. Le forze politiche del paese, ad eccezione del PSI di Craxi (che propone i nomi di 3 brigatisti per uno scambio) e dei radicali, sono per la linea dura, nonostante gli appelli del papa, nonché ulteriori comunicati di Moro a numerosi esponenti del mondo politico.   

Il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio della R4
Il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio della R4 — Fonte: ansa

Il 9 maggio, il corpo di Moro viene trovato nel portabagagli di un’automobile a Via Caetani: nessuno, all’interno della direzione della Democrazia Cristiana, si era pronunciato a favore di una riapertura delle trattative. Il quarto governo Andreotti avrebbe ricevuto la fiducia soltanto nel 1979, ed i comunisti non sarebbero mai più entrati in una maggioranza di governo.  

Riguardo al Caso Moro restano una serie di misteri irrisolti: un possibile coinvolgimento dei servizi segreti, la sparizione di alcuni documenti, la presenza a via Fani di un colonnello del SISMI, ed il ruolo ambiguo di Mario Moretti, sospettato di avere contatti con i servizi segreti e con la malavita organizzata.  

È generalmente riconosciuto che la crisi del terrorismo italiano prese l'avvio dall'uccisione di Moro. [...] avevano ragione i paladini dell'intransigenza: se Moro fosse stato scambiato con uno o piú terroristi in prigione, le Brigate Rosse sarebbero apparse allo stesso tempo invulnerabili e propense al compromesso, col risultato che il loro fascino sarebbe quasi certamente cresciuto.

Paul Ginsborg, storico inglese

10Il declino

Con il sequestro e l’uccisione di un esponente politico di punta come Aldo Moro, la sfida violenta allo stato lanciata dalle BR raggiungeva probabilmente i suoi punti più alti. Allo stesso tempo, però, iniziava un rapido declino. Numerosi membri delle Brigate Rosse iniziavano a collaborare con la giustizia, mentre il gruppo si frammentava in numerosi tronconi e correnti, in particolare grazie alla reazione efficace dello stato e alla fine del radicalismo politico in Italia.
Nonostante la sigla Brigate Rosse sia occasionalmente tornata, alla fine degli anni ‘80 il movimento storico era sostanzialmente finito.