Brexit, la traccia sull'uscita dall'Europa per la maturità 2017

Di Vincenzo Lisciani Petrini.

Brexit, un evento traumatico per la UE che ha cambiato e cambierà le cose. Leggi il tema svolto sull'argomento che potrebbe diventare traccia per la maturità 2017

Brexit, introduzione all'argomento

Brexit
Brexit — Fonte: istock

Brexit è il nome che è stato dato al processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea  (“Britain exit”). Allo stato attuale, dopo il referendum consultivo del 23 giugno 2016 la Gran Bretagna non è ancora uscita dall’Unione Europea. Non è vero che non vi sia mai realmente entrata per il fatto di non avere adottato come moneta l’Euro, poiché ha partecipato al processo d’integrazione europeo sia dal punto di vista economico sia giuridico. Inoltre non lascerà l’Europa, andando ad unirsi ad altri continenti. Per parlare della Brexit è probabilmente necessario partire dal delimitarne la spiegazione, andando prima di tutto ad eliminare le facili incomprensioni e le falsità che si sono sostenute sin dal giorno successivo al referendum consultivo del 23 giugno 2016, con cui il popolo britannico si era deciso per il “leave”. Nell’epoca di quella che viene definita – con un artificio retorico buono giornalisticamente, ma che non aggiunge molto al concetto di “disinformazione” già ben conosciuto – “post verità” (cioè bugia, bufala), è bene individuare le cose che sicuramente sappiamo e quelle su cui invece bisogna procedere con maggior prudenza. Procedendo a ritroso, cerchiamo quindi di ricostruire i motivi che hanno portato ad una tale scelta, legittima ma severa, e i profili critici ad essa legati.

Spunti per comprendere la Brexit

Cosa accade oggi

Mercoledì 29 marzo Brexit ha avuto inizio con la consegna al Consiglio Europeo della lettera, firmata dal primo ministro conservatore Theresa May, con cui si chiede formalmente di lasciare l’Unione Europea. Questo primo è un atto formale necessario però ad avviare tutta una serie di atti sostanziali, ovvero la negoziazione degli accordi di uscita dall’UE, secondo una procedura definita dall’art. 50 del Trattato di Lisbona – il quale, firmato nel dicembre 2007, attribuisce maggior forza ai principi democratici e al rispetto dei diritti fondamentali agli Stati membri, ma prevede anche la possibilità, finora rimasta inedita, di abbandonare l’Unione, e con essa il Mercato Comune. Questo significa che la Gran Bretagna ha già lasciato l’Unione, con tutto ciò che ne consegue (il non dover più rispettare le norme europee, ad esempio)? No, niente affatto.

I giornali dopo la Brexit
I giornali dopo la Brexit — Fonte: istock

Cosa succederà ora, quindi? I vari Stati prenderanno atto della richiesta, e all’inizio dell’estate cominceranno i negoziati veri e propri. Questo dureranno due anni, come prevede l’art. 50, al termine dei quali sarà L’UE e gli Stati membri a decidere se continuare o meno le trattative, o se decidere direttamente di dichiarare decaduta l’appartenenza dello Stato richiedente, ovvero il manico del coltello sarà in mano alle autorità europee. I negoziati saranno lunghi ed impegnativi. Il Parlamento britannico da un lato dovrà negoziare con i singoli Paesi lo status dei rispettivi cittadini, cioè gli stranieri residenti nel Regno Unito (oggi circa 3 milioni di persone) e i “sudditi di sua maestà” invece residenti, o che vorranno trasferirsi, all’estero; dall’altro dovrà riscrivere una gran mole di norme, oggi frutto di decenni di partecipazione al processo di integrazione europea e dell’applicazione della Legge sulle Comunità Europee del 1972 (che sancisce il primato delle leggi europee su quelle nazionali). Il tutto senza dimenticare i fondamentali negoziati commerciali, che dovranno regolare gli scambi con le aziende del Regno, particolarmente di quelle con interessi in altri Stati, e con quelle degli altri Paesi.
Tutto questo sarà conseguenza dell’abbandono del Mercato Unico Europeo, il quale prevede la libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali. Una circolazione che, con l’Inghilterra e le altre nazioni che formano la Gran Bretagna, potrà ancora essere molto elastica in caso di “soft Brexit” o potrà esserlo assai di meno, e allora si parlerà di “hard Brexit”, in seguito all’esito dei negoziati e degli accordi di cui stiamo trattando.

Theresa May
Theresa May — Fonte: getty-images

UNITÀ EUROPEA. "Nei negoziati l'Unione agirà come un unico blocco". Questo il primo postulato che i Ventisette si impongono. Restare uniti. Le istituzioni Ue temono che gli inglesi spacchino il fronte europeo negoziando accordi bilaterali con alcune capitali regalando un enorme vantaggio tattico a Theresa May. Punti deboli i paesi più vicini a Londra - Olanda, Svezia, Danimarca - oppure i polacchi, che hanno un milione di lavoratori residenti nel Regno. Occhi puntati anche su Cipro, che deve regolare con Londra l'uso delle basi sull'isola mediterranea. FALLIMENTO. "L'Unione lavorerà duro per arrivare a un accordo, ma si prepara a gestire un fallimento delle trattative". Si teme che Londra faccia saltare il tavolo ed esca dalla Ue senza intesa per poi stringere una serie di trattati bilaterali con i singoli paesi europei che rischierebbero di far saltare il mercato unico. Bruxelles risponde che sarebbe pronta a questo scenario e (dietro le quinte) minaccia: i rapporti tra Gran Bretagna ed Europa sarebbero regolati dal Wto, con tanto di dazi per le merci e l'impossibilità per la City di operare in Europa. Un danno enorme per l'economia inglese. (Alberto D’Argenio, su Repubblica.it dello 01/04/2017)

Brexit: come ci siamo arrivati

Nigel Farage
Nigel Farage — Fonte: getty-images

Era il 24 giugno 2016 quando Jenny Watson, presidente della Commissione elettorale centrale, annunciava al mondo i risultati del referendum tenutosi il giorno precedente: il 51,9% dei votanti si era espresso per il “leave”, ovvero il lasciare l’Unione Europea. Da subito si era capitata la portata storica, ancora tutta da definire peraltro, dell’esito del referendum, comprensibile anche solo dalla lettura politica della situazione: un piccolo partito oggi privo di parlamentari, l’Ukip, guidato dal Nigel Farage (poi dimessosi), era riuscito nell’intento di far esprimere il popolo britannico contro la permanenza nell’Ue. Il primo ministro britannico, David Cameron, il quale aveva vinto le elezioni promettendo proprio di concedere quel referendum che adesso lo vedeva sconfitto (essendo stato tra i sostenitori del “remain”), abbandonava la carica; Scozia, Irlanda del Nord e persino la City di Londra cominciavano a chiedere un ulteriore referendum – e continuano tuttora a farlo, sostenendo la serietà della richiesta – per poter invece rimanere nell’Unione, prevedendo con essa più vantaggi che svantaggi. In sostanza, la Brexit sin da subito si è inserita con forza in quel contesto di ampio respiro e di non facile determinazione che sta oggi sempre più conquistando fette di pubblico ed elettorato nei Paesi così detti occidentali, dominato da un nazionalismo che si nutre di protezionismo economica e chiusura agli stranieri. Scrive Marco Mancassola:

Il buco nero dell’immigrazione. Non conta che il primo ministro David Cameron abbia partecipato a un dibattito televisivo parlando di Churchill e di ideali europei. Non conta che ci si scontrasse su numeri e fatti di ogni tipo. Le domande del pubblico e il focus di ogni dibattito tornavano ossessivamente a un unico punto: l’immigrazione. L’afflusso libero e incontrollabile di immigrati europei nel paese è stato il buco nero di ogni discussione sul referendum, l’argomento che assorbiva vorace ogni altro. L’unico che sia arrivato con forza agli elettori. Anche su questo, si è assistito a un miscuglio di realtà e percezioni emotive. La paranoia dell’Inghilterra rurale verso l’invasione straniera, perfino in zone dove l’impatto dell’immigrazione è minimo, si è mescolata alle inquietudini più concrete delle città costiere e dell’Inghilterra del nord. I lavoratori immigrati europei – soprattutto dall’Europa dell’est, ma anche quelli dall’Europa del sud – sono accusati di causare un abbassamento dei salari minimi e mettere sotto pressione i servizi pubblici come scuole e sanità. (su internazionale.it del 22/06/2016)

Ne sono ulteriori importanti esempi il boom del Movimento 5 Stelle in Italia, la presidenza Trump negli Usa, l'apprezzamento (ma non la vittoria) in Francia di Marine Le Pen e il forte apprezzamento di Norbert Hofer in Austria, in cui il partito di estrema destra FPO è arrivato secondo alle ultime elezioni. Per evitare fraintendimenti: non esiste una dittatura in nessuno dei Paesi menzionati, e anzi ognuno di essi prevede un sistema di “pesi e contrappesi” costituzionali che di fatto impediscono di accentrare il potere nelle mani di un singolo politico. Se ognuna di queste espressioni di politica conservatrice, e tendente alla chiusura del libero scambio di merci e persone, è quindi pur sempre legittima, c’è però da domandarsi da dove derivi e verso cosa porti tutto questo. Per rimanere nel contesto Brexit, cerchiamo quindi di individuare i motivi che hanno condotto alla concessione di un referendum che, pur essendo stato solo consultivo e quindi senza valore legale (avendo avuto infatti bisogno di una ratifica parlamentare) è riuscito ad incidere così fortemente sulla vita di una delle nazioni più importanti del G8.

I motivi della Brexit

Sul Financial Times, prima del referendum, era stato pubblicato un sondaggio d’importanti economisti che avevano sostenuto la criticità della Brexit e i suoi effetti negativi sull’economia britannica. Ciononostante è avvenuta. La Brexit si inserisce a pieno titolo nel clima di sfiducia verso le istituzioni sovrannazionali, viste come centri burocratici troppo distanti dalle persone comuni. La cessione di sovranità nazionale all’Ue, che ogni Stato deve attuare per poter partecipare della politiche comunitarie (comprensive di quelle economiche), è vista come un’indebita ingerenza della tecnocrazia di Bruxelles sulle libere scelte nazionali.

  1. Il fatto che il peso sostanziale della Commissione europea sia maggiore di quello del Parlamento europeo, e che solo il secondo venga formato per via di elezioni popolari, porta gli euro-scettici a denunciare il deficit democratico dell’Unione, vista come non legittimata ad esprimersi per conto dei suoi stessi cittadini.
  2. Che l’appartenenza all’Ue comporti vantaggi ma anche vincoli, e che ad esempio preveda una certa ‘solidarietà’ tra gli Stati in caso di insolvenza di uno dei suoi membri (vedasi la situazione dei prestiti alla Grecia dopo la crisi del proprio debito pubblico), è avvertito come uno spreco di denaro pubblico e di tempo dovuto a burocrazie diverse da quella nazionale.
  3. Infine, la questione dei lavoratori esteri, delle aziende che decidono di trasferire la produzione altrove e la crisi dei migranti in corso da anni e che non sembra avere ancora trovato un argine nei programmi internazionali di aiuto, danno il colpo di grazia alla credibilità di istituzioni che non sembrano interessate allo stato di salute dei singoli Paesi, ma solo del rispetto formale delle regole.

 

David Cameron
David Cameron — Fonte: getty-images

Che questi siano i motivi è agilmente desumibile dalle richieste, in alcuni casi soddisfatte, che il premier uscente Cameron aveva avanzato nei confronti dell’Ue nella sua ultima campagna elettorale, quando per conquistare l’elettorato britannico aveva spinto sull’acceleratore dell’antieuropeismo: 

  • controlli supplementari e maggior severità sull’immigrazione
  • possibilità di veto ai parlamenti nazionali sulle leggi europee
  • nuovi accordi di libero scambio; diminuzione della burocrazia delle imprese
  • diminuzione dell’influenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sui tribunali nazionali

Inoltre, il fatto che l’Ue abbia accolto, pur se con riserva, alcune delle richieste avanzate dal leader conservatore, sembrò agli occhi della popolazione una dimostrazione di debolezza delle istituzioni europee, che già in passato avevano concesso al Regno Unito degli “opt-out”, ovvero delle rinunce all’adozione di alcune regole comunitarie (la cui espressione più evidente è il fatto che l’euro non sia mai diventata moneta nazionale, in quella zona dell’Europa). Eppure, nonostante il contesto nel cui clima si è sviluppata quella disaffezione nazionale alle sorti dell’Unione che ha portato alla Brexit, i sudditi della regina Elisabetta II non hanno fatto stravincere il “leave”. Anzi, ben il 48,1% dei cittadini si sono espressi per rimanere, senza distinzioni di genere e con predominio in paesi come la Scozia e l’Irlanda del Nord. E lo spaccamento quasi in due della popolazione britannica si può far discendere dai tanti dubbi che ancora oggi, e nonostante Brexit si sia ormai ufficialmente avviata, permangono evidentemente non solo tra giuristi ed economisti, ma anche tra tanti cittadini, ed elettori.  

I rischi relativi alla Brexit infatti riguardano il fatto che l’Inghilterra e gli altri Stati che formano il Regno potranno realmente perdere influenza economica e politica, sui mercati globali e sulla società occidentale. Rischiando di vedere la fuga delle aziende verso legislazioni più aperte e sicure, e conseguentemente di trovare nella fuga dei lavoratori (soprattutto quelli stranieri, cui maggiormente Brexit si rivolge), migliaia dei quali altamente qualificati, un forte motivo di declino, insieme alla possibile perdita di interesse verso il proprio sistema universitario. Una perdita che potrebbe riguardare persino la City di Londra, il cui primo cittadino ha infatti già chiesto un ulteriore referendum che faccia della capitale inglese una sorta di “Singapore” occidentale, all’interno di un contesto che vedrebbe l’inflazione salire e il potere d’acquisto scendere, se non crollare. E se quello delle “perdite” appare un argomento eccessivamente schierato, una sorta di ricatto con cui le istituzioni europee manterrebbero corto il guinzaglio sugli stati membri, dobbiamo allora valutare i tanti vantaggi dell’appartenenza all’UE.

Vantaggi che, è vero, la stessa Europa non sembra riuscire a valorizzare (per motivi di marketing “scadente”), ma che investono i più svariati ambiti: da quello della sicurezza nazionale, a quello dei vantaggi economici, da quello della libertà accordata a tutti di circolare, lavorare e far circolare propri servizi e capitali, a quello della lotta antitrust fino a quello della tutela dei diritti dei cittadini. Infine, importanza è da attribuire al fatto che gran parte delle realtà politiche da cui maggior sostegno alla Brexit è derivato, si inquadrano nell’area del populismo e nella demagogia, e sfruttano la disinformazione come arma di propaganda politica. Non è un caso che YouGov, istituto di ricerche di mercato britannico, ha messo in correlazione l’euroscetticismo con le fasce di reddito più basso, quelle spesso meno istruite e che più difficoltà hanno a fare i conti con i tanti cambiamenti che, repentinamente, investono le società moderne.  Aveva scritto già prima del voto Lee Marshall, giornalista britannico:

"La terza spaccatura, forse quella più rilevante, è quella tra ricchi e poveri. Solo il 38 per cento di chi si definisce professionista o manager vuole il divorzio da Bruxelles, contro il 52 per cento dei colletti blu e dei disoccupati (e tra questi solo il 31 per cento vorrebbe continuare il matrimonio europeo; in tanti non sanno o non rispondono). Non serve essere Sherlock Holmes per dedurre che il “problema Europa” è un problema soprattutto inglese, non britannico in generale, e che è un problema soprattutto degli inglesi che hanno sofferto di più la crisi economica degli ultimi otto anni. In questa fascia sociale, l’euroscetticismo – che è sempre esistito in Gran Bretagna e di cui negli anni ottanta era portavoce Margaret Thatcher – è stato alimentato da una visione del libero movimento di persone in Europa come una minaccia ai “nostri” posti di lavoro e un rischio al sistema sanitario e previdenziale, che sarebbe spremuto dai cosiddetti benefit tourist (turisti assistenziali). (dall’articolo del 13/06/2016, pubblicato su internazionale.it).

 

Eppure non mancano spiragli positivi, con cui possiamo dare una prospettiva interessante a questo fenomeno:

"È vero del resto che molti di coloro che hanno votato per lasciare l'Europa erano convinti che alla fine avrebbe prevalso il "restare", e hanno votato per lanciare un segnale forte, non certo per ottenere quell'esito. Un po' come fu per l'indipendenza scozzese un anno fa. Di fatto oggi, tuttavia, l'Europa è più povera, non solo perché perde un paese dall'economia forte, ma perché si ritrova a ponderare qualcosa che tutti non avremmo sino a ieri messo nel conto: che un paese uscisse dall'unione. Ma è anche più forte: mai come oggi può dimostrare quell'unità politica e di interessi propri che sino a ieri avevamo considerato poco e male, e spesso fumosi. Oggi l'Europa è chiamata - forse per la prima volta - a difendere se stessa politicamente. E questo potrebbe davvero renderci tutti più europei e più solidali, consapevoli del valore di questa casa comune che generazioni più lungimiranti della nostra (e dei nostri politici) ci hanno consegnato. (Michele Di Salvo, pubblicato sull’Huffington Post del 28/06/2016").

Fase 2 – La scaletta sulla Brexit

Una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento ed approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:

  1. Introduzione
  2. Esponi il tema Brexit
    Delimita bene l’argomento di cui ti andrai a occupare. Evita che il tema immigrazione apra troppi discorsi collaterali, che non c’entrano.
  3. Approfondisci il tema immigrazione declinandolo secondo le varie problematiche che sei in grado di cogliere
    Questa sarà la fase più lunga dell’elaborato, in cui devi riflettere, ragionare e citare articoli e spunti critici.
  4. Prospettive nel quotidiano
    Dopo averne parlato in generale, una seconda parte della tua riflessione deve riguardare la quotidianità, il modo in cui le persone vivono nella loro vita questo fenomeno.
  5. Proposte d’intervento e conclusioni

Fase 3 – Stesura del testo

Come approcciare l'argomento? Come iniziare a scrivere di questo tema? Segui l'ordine che ti indichiamo qui di seguito:

Introduzione

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento, utilizzando la definizione del fenomeno “Brexit” come introduzione alla parte centrale del testo (terzo punto della scaletta). Scegli bene anche lo stile da utilizzare: se procedi a frasi brevi, darai risalto all’aspetto più emozionale; con periodi più lunghi, invece, porrai l’attenzione sul ragionamento.

Presentazione dell’argomento

Adesso devi riprendere in mano il foglio di brutta con il piccolo questionario. Usalo per mettere in luce la disinformazione che spesso ruota attorno al fenomeno, ma che tu, grazie a validi spunti critici, stai per superare. L’importante è far capire al lettore in che modo parlerai di questo fenomeno: sii chiaro sul taglio che vuoi dare.

Elaborazione dell’argomento

Brexit:  procedi all'elaborazione del tuo tema
Brexit: procedi all'elaborazione del tuo tema — Fonte: istock

Beninteso, sei libero di esprimere tutte le idee che vuoi, ma devi sempre appoggiarti a dati statistici e ad articoli: devi evitare il sì perché sì e il no perché no. Comincia a sviscerare le cause del fenomeno che stai esaminando. L’Europa come si sta comportando? All’interno degli articoli che trovi nei commenti, puoi trovare tante strade per interpretare correttamente il fenomeno: ricordati di citarli. Una volta che avrai inquadrato il fenomeno da tanti punti di vista, proponi delle soluzioni che abbiamo buon senso: che siano cioè attuabili.

Conclusioni

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Quali soluzioni hai proposto per incidere positivamente su questo fenomeno? In gran parte le conclusioni e le soluzioni coincidono. Quindi poi chiudere indicando una strada da seguire sia per le Istituzioni, sia per i comuni cittadini.

I TEMI SVOLTI PER LA PRIMA PROVA MATURITA'