Biografia di Giovanni Giolitti

Biografia di Giovanni Giolitti A cura di Edoardo Angione.

Giovanni Giolitti, il "Ministro della malavita". I metodi di governo ed i programmi politici di uno dei politici più famosi della storia d'Italia

1Introduzione a Giovanni Giolitti

«La vita politica è una gran brutta vita. Io vi entrai senza volerlo; ma dovessi nascere un’altra volta piuttosto mi farei frate; e sono molto contento che nessuno dei miei figli, né dei nipoti sia entrato o accenni menomamente al proposito di entrarvi». Quando Giovanni Giolitti scrive queste parole, nel 1927, ha 86 anni ed è definitivamente uscito dalla vita politica per ritirarsi a Cavour, una cittadina tra Torino e Cuneo. Nonostante i rimorsi, Giovanni Giolitti aveva dedicato alla politica la propria vita, servendo il proprio paese ed il Re per cinque mandati come primo ministro. Durante la sua carriera si fa molti nemici, subisce infinite critiche, ma è anche in grado di far prosperare l’Italia, durante il periodo che ricordiamo come età giolittiana (1901-1914).

2Chi era Giovanni Giolitti?

Ritratto di Giovanni Giolitti
Ritratto di Giovanni Giolitti — Fonte: ansa

Giovanni Giolitti (1842-1928) nasce a Mondovì, in Piemonte, in una famiglia della media borghesia del Regno di Sardegna. Per ovvie ragioni di età, Giolitti non aveva partecipato al Risorgimento. Intraprende piuttosto una brillante carriera di funzionario nell’amministrazione statale, passando per il Ministero delle Finanze e per la Corte dei conti, dove nel 1877 è segretario generale. La sua esperienza dei meccanismi dello Stato gli tornerà molto utile a partire dal 1882, l’anno in cui si dà alla politica candidandosi a Cuneo, dove viene eletto deputato alla Camera.  

Giolitti era un uomo sobrio e moderato, esattamente come le sue posizioni politiche, orientate verso un liberalismo progressista, lontane dagli entusiasmi patriottici. Inizialmente vicino alla Sinistra storica del presidente del consiglio Agostino Depretis, se ne distanzierà presto, criticando severamente il trasformismo. Anche Francesco Crispi, altro illustre esponente della Sinistra storica, era contrario al trasformismo, e alla morte di Depretis, nel 1887, gli succede come presidente del consiglio. Sarà lui, nel 1889, a nominare Giolitti ministro del Tesoro e delle Finanze. Giolitti lascerà la carica nel 1890 in seguito a contrasti con il governo e con lo stesso Crispi: è l’inizio di una rivalità che non si sarebbe mai più sanata. 

3Il primo governo Giolitti

Il Primo Ministro Giovanni Giolitti durante la sua interpellanza relativa allo scandalo della Banca Romana
Il Primo Ministro Giovanni Giolitti durante la sua interpellanza relativa allo scandalo della Banca Romana — Fonte: ansa

In minoranza alla Camera a causa delle sue politiche considerate troppo costose, Crispi è costretto a dimettersi nel 1891. Dopo una breve parentesi guidata da Antonio di Rudinì, nel maggio del 1892 la scelta per il nuovo presidente del consiglio cade su Giolitti che, quando era stato ministro, si era fatto notare per le sue capacità e per la sua indipendenza da Crispi. In questo periodo Giolitti rende la pressione fiscale più equa - applicando il principio della progressività delle imposte - e lascia una relativa libertà organizzativa alle masse operaie, in particolare non reprimendo i Fasci dei lavoratori in Sicilia.  

Questo atteggiamento suscita l’opposizione dei liberali più conservatori, che invocavano misure speciali per reprimere con la forza le rivolte operaie. A far cadere il primo governo Giolitti è però uno scandalo: un comitato parlamentare accusa il presidente del consiglio di aver coperto, negli anni in cui era stato ministro del Tesoro, gravi irregolarità compiute dalla Banca di Roma in cambio di anticipazioni in denaro, con cui i politici finanziavano le proprie campagne elettorali. 

Giolitti, che rischia l’arresto, rassegna le dimissioni nel 1893 e si trasferisce per un po’ in Germania. Gli atti d’accusa saranno archiviati due anni dopo. La presidenza del consiglio torna a Crispi, nonostante fosse coinvolto nello scandalo quanto Giolitti: evidentemente c’era bisogno di una figura autoritaria. Nel 1894, Crispi reprimerà i Fasci Siciliani col pugno di ferro e l’Italia si lancerà nuovamente verso una fallimentare politica coloniale che porterà alla sconfitta di Adua (1896), evento che segna il definitivo declino politico di Francesco Crispi. 

4Un uomo, un'epoca: l'età giolittiana

Ritratto di Vittorio Emanuele II
Ritratto di Vittorio Emanuele II — Fonte: ansa

Tra il 1901 ed il 1914, l’influenza politica di Giolitti è tale da permetterci di parlare di età Giolittiana. Gli ultimi cinque anni dell’Ottocento erano stati segnati da drammatiche tensioni politiche e sociali, che lo stato reprimeva generalmente sparando sulla folla. Un caso su tutti era stata la sanguinosa repressione dei manifestanti a Milano nel 1898 ordinata dal generale Bava Beccaris. Allo scopo di vendicare questi fatti, nel 1900 l’anarchico Gaetano Bresci riesce ad assassinare il re Umberto I a Monza: da allora la politica italiana cambia decisamente rotta. Il nuovo Re, Vittorio Emanuele II, affida nel 1901 il governo a Giuseppe Zanardelli, leader della sinistra liberale, che nomina Giolitti ministro degli interni: inizia così l’età giolittiana. 

Secondo Giolitti, lo stato liberale non avrebbe dovuto reprimere le forze socialiste, ma lasciarle libere, e all’occorrenza persino cooperare con loro in parlamento. Fedele a questo principio, come ministro degli interni manterrà una decisa neutralità nei conflitti del lavoro. Questo permetterà alle organizzazioni sindacali di crescere e svilupparsi. Il governo Zanardelli-Giolitti attua inoltre una serie di importanti riforme: 

  • tutela del lavoro minorile e femminile nell’industria
  • miglioramento della legislazione sulle assicurazioni sul lavoro
  • istituzione del Consiglio superiore del lavoro

Il Governo ha due doveri, quello di mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo il più assoluto la libertà di lavoro.

Giovanni Giolitti

5Il decollo industriale in Italia

Negli ultimi anni dell’800 l’Industria italiana fiorisce grazie a:  

  • una rete ferroviaria efficiente
  • un riordinamento del sistema bancario
  • politiche economiche protezioniste

Gli sviluppi più interessanti si hanno nel settore siderurgico, dove poche grandi società si arricchiscono grazie a commesse statali per le ferrovie e le navi da guerra. Altri settori che beneficiano delle tariffe protette sono quelli del cotone e dello zucchero. Nascono in questi anni colossi del settore chimico come Pirelli, che produceva gomma a Milano, o Fiat, fondata nel 1899 a Torino.  

L’economia italiana, insomma, sta crescendo in modo rapido, e di conseguenza il reddito medio aumenta di quasi il 30%. Questo consente agli italiani di migliorare il proprio tenore di vita, investendo i propri risparmi in case, istruzione, svago, ma anche in novità come le biciclette e le macchine per cucire. In città si sviluppano i servizi pubblici: gas, trasporti, elettricità ed acqua corrente. Di conseguenza, le malattie infettive e la mortalità infantile diminuiscono. 

L’Italia era tuttavia ancora lontana dagli standard degli Stati europei più industrializzati: l’analfabetismo era ancora elevato e l’alimentazione scarsa, in particolare nel Mezzogiorno, dove molte famiglie erano costrette ad emigrare a causa di un’agricoltura ancora arretrata. 

6Nord e Sud: La questione meridionale

Anche se la crescita economica di cui abbiamo parlato sopra era generalizzata, il divario economico tra Nord e Sud si stava ampliando. Sono soprattutto le regioni già sviluppate (tra Milano, Torino e Genova) a beneficiare del progresso economico.
Le grandi aziende con tecnologie avanzate sono in prevalenza a Nord, e l’agricoltura che compie impressionanti progressi è soprattutto quella della Pianura Padana. Nel Meridione, anche a causa di terreni naturalmente poveri e di una cultura del lavoro basata sullo sfruttamento, il progresso si afferma in modo molto più lento. 

Nel 1911, il tasso di analfabetismo è del 15% nelle regioni del Nord, del 60% in quelle del Sud. Per molti giovani meridionali gli sbocchi sono l’emigrazione, o la ricerca di un impiego pubblico, spesso con l’aiuto di notabili. Questo provocherà una meridionalizzazione dell’amministrazione pubblica, che prima di allora era stata in prevalenza piemontese.

7Il riformismo, la politica estera, il nazionalismo

Dopo le dimissioni di Zanardelli nel 1903, Giolitti assume le redini del governo, che conserva, salvo qualche breve interruzione, fino al 1914. Nei momenti difficili di questi anni, Giolitti adotta una tecnica singolare: quella di dimettersi, per poi riprendere il controllo quando la situazione migliora. Ecco alcune tra le riforme più importanti di Giolitti: 

  • Le leggi speciali per il Mezzogiorno (1904-1906)
  • La statalizzazione, tra il 1904 ed il 1905, delle ferrovie
  • Il suffragio universale maschile nel 1912
  • Sempre nel 1912, il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, per finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia
Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti — Fonte: ansa

La politica estera di Giolitti punta in questi anni ad un avvicinamento alla Francia, nonostante la permanenza nella Triplice Alleanza con Germania ed Austria. In questo modo, la Francia riconoscerà la priorità italiana sulla Libia, in cambio del riconoscimento Italiano di quella Francese sul Marocco. Nel frattempo, molti italiani iniziano a dimenticare gli esiti fallimentari delle imprese coloniali dei decenni precedenti. Desiderano di nuovo che l’Italia si affermi come una grande potenza, dotata di un impero coloniale. Nel 1910 nasce l’Associazione nazionalista Italiana, che inizia una campagna stampa, anche finanziata dal mondo cattolico, per spingere il paese alla conquista della Libia, che l’Italia realizzerà nel 1911 con la guerra Italo-Turca.

8Il tramonto di Giolitti

L’opposizione a Giolitti e al suo riformismo moderato stava crescendo: 

  • Sulla scia del successo in Libia, i nazionalisti, i liberali di destra ed i conservatori cattolici puntavano a radicalizzare il dibattito politico.
  • In campo socialista, l’opposizione alla guerra in Libia rinforza le correnti rivoluzionarie, che nel 1912 prendono il controllo del partito. Uno dei leader di spicco è Benito Mussolini. La corrente riformista di Filippo Turati, favorevole a collaborare con Giolitti, è ormai isolata.
  • In campo cattolico inizia a delinearsi un movimento democratico-cristiano, condannato però dal nuovo papa Pio X.

Nel 1913 le prime elezioni con suffragio universale maschile vengono pesantemente condizionate dal patto Gentiloni, che spinge i cattolici a votare per i liberali moderati, ostili a Giolitti. Alla vigilia della grande guerra la politica italiana si sta radicalizzando:

  • la sinistra repubblicana, anarchica, e socialista si fa sempre più eversiva, come si vede nel corso dei violenti scontri della settimana rossa del giugno 1914.
  • la maggioranza liberale è diventata più eterogenea e più difficile da controllare

9Tra dopoguerra e Fascismo: l'ultimo ritorno di Giolitti

Giolitti durante una riunione del Consiglio dei Ministri
Giolitti durante una riunione del Consiglio dei Ministri — Fonte: ansa

Nel giugno del 1920, dopo la fine della Grande Guerra, Giolitti viene chiamato a Roma per il suo quinto governo, durante il quale deve confrontarsi con una politica ormai del tutto cambiata. I liberali sono in minoranza, il parlamento è ormai dominato dai partiti di massa e gli operai occupano le fabbriche durante il biennio rosso, in reazione al quale esplode lo squadrismo fascista. Giolitti tenterà di inserire i fascisti nella dialettica parlamentare, non comprendendone il potenziale eversivo, che a breve avrebbe trasformato lo stato liberale, ormai agonizzante, in modo definitivo. Giolitti passerà all’opposizione nel 1924, e l’anno successivo si rifugerà a Cavour, ritirandosi dalla vita politica, senza mai rinnegare la propria adesione al liberalismo.

Agli uomini politici che passano dalla critica all'azione, assumendo le responsabilità del governo, si muove spesso l'accusa di mutare le loro idee; ma in verità ciò che accade, non è che essi le mutino, ma le limitano adattandole alla realtà e alle possibilità dell'azione nelle condizioni in cui si deve svolgere necessariamente.

Giovanni Giolitti