Il Bambino e il mondo

Di Micaela Bonito.

In che modo il bambino arriva a conoscere il mondo che lo circonda


Come il bambino arriva a conoscere il mondo che lo circonda


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Quando gli studiosi dello sviluppo parlano di conoscenza, essi si riferiscono all’attività del conoscere, ovvero ai processi mentali attraverso i quali avviene l’acquisizione del sapere. Infatti, la conoscenza è acquisita, elaborata, immagazzinata, richiamata ed usata per risolvere i problemi.
I processi cognitivi che ci aiutano a conoscere ed a capire comprendono un’ampia varietà di attività, come prestare attenzione, percepire, imparare, pensare e ricordare, in breve gli eventi inosservabili che caratterizzano la mente umana (Flavell,1985).
Lo sviluppo cognitivo si riferisce ai cambiamenti che avvengono nelle prestazioni e nelle attività mentali dei bambini nel tempo.

Piaget
ha contribuito ad una teoria di maggior peso sulla crescita intellettiva dei bambini, egli pone in evidenza le funzioni biologiche e le influenze ambientali che danno il via ai mutamenti evolutivi dell’organizzazione, ovvero nella struttura, dell’intelletto.
Lo psicologo svizzero definisce l’intelligenza come una funzione vitale fondamentale che aiuta l’organismo ad adattarsi all’ambiente.

Questa è una forma di equilibrio alla quale tutte le strutture cognitive (o schema: modello di pensiero o di azione organizzato che un individuo costruisce per interpretare alcuni aspetti dell’esperienza) tendono.
Piaget descriveva la crescita intellettiva come un processo attivo in cui i bambini ripetutamente assimilano nuove esperienze ed accomodano le loro strutture cognitive a queste esperienze. L’adattamento e l’organizzazione rendono possibile ai bambini di costruire una comprensione sempre maggiore del mondo in cui vivono.
Piaget fu in grado di identificare quattro metodi (o modelli) di ragionamento correlati all’età e che, a suo avviso, rappresentano differenti stadi di crescita intellettiva.
Questi importanti periodi dello sviluppo cognitivo sono:
- lo stadio sensomotorio (dalla nascita a 2 anni),
- lo stadio preoperatorio (da 2 a 7 anni),
- lo stadio delle operazioni concrete (da 7 a 11 anni)
- lo stadio delle operazioni formali (dagli 11 in poi).

Secondo Piaget tutti i bambini passeranno attraverso questi stadi senza poterli saltare, perché ciascun stadio si costruisce sul completamento di tutti gli stadi precedenti.

Molte società cominciano ad educare formalmente i bambini all’età di 6-7 anni, periodo che lo psicologo svizzero considera come il momento in cui i bambini si stanno staccando dalle illusioni percettive e stanno acquisendo quelle operazioni cognitive che li metteranno in grado di comprendere l’aritmetica, di usare il linguaggio e le sue proprietà, di classificare gli animali, le persone, gli oggetti, gli eventi e così via.
La teoria di Piaget non è una teoria dell’educazione, ma diversi educatori hanno appreso dal lavoro dello psicologo, che i bambini sono per natura individui dotati di curiosità che imparano meglio costruendo la loro stessa conoscenza attraverso esperienze di aspetti relativamente nuovi, cioè dalle informazioni che stimolano la loro comprensione e li inducono a rivalutare ciò che già sanno.

E’ importante ricordare che i bambini della scuola elementare, da 7 a 11 anni, pensano soprattutto logicamente e sistematicamente quando hanno di fronte oggetti ed eventi reali. Per queste ragioni Piaget consigliava agli insegnati di passare molto meno tempo a fare lezione e di permettere ai bambini di apprendere facendo.
Esempio, insegnare i concetti di spazio e distanza permettendo ai bambini di misurare la propria altezza o la larghezza dei propri banchi. Piaget considera l’educazione basata sulla scoperta come un momento importante perché crede che “il principale fine dell’educazione” sia creare (degli adulti) capaci di fare cose nuove, e non semplicemente di ripetere ciò che altre generazioni hanno fatto, persone cioè che siano creative, inventive, capaci di scoprire.

E’ importante mettere in evidenza anche l’importanza di un individuo più competente (adulto o coetaneo) che supporti il bambino nella risoluzione dei suoi compiti.
Vygotskj, il fondatore della scuola storico-culturale, a questo proposito ha rivolto la sua attenzione a quello che il bambino può essere capace di fare in seguito a nuove esperienze sociali e culturali (processo interindividuale).
Ha parlato così di Zona di sviluppo prossimale (ZSP) che definisce come la distanza tra il livello di sviluppo effettivo e il livello di sviluppo potenziale, consente cioè di valutare la differenza tra ciò che il bambino è in grado di fare da solo e ciò che è in grado di fare con l’aiuto e la guida di un esperto che lo aiuterà a risolvere problemi che non sa ancora risolvere da solo e che diventeranno ben presto parte delle sue abilità individuali.
Gli insegnanti e gli educatori possono modulare il proprio intervento, differenziando la quantità di supporto necessario in funzione della velocità di apprendimento degli allievi. Infatti bambini con lo stesso livello di sviluppo effettivo ma che dispongono di ZPS più o meno ampie, possono ricavare un vantaggio diverso dall’insegnamento.

Alle domande cosa fa un bambino quando affronta un compito, quali processi intellettivi adopera e in che modo questi processi cambiano in funzione dell’età, l’approccio dell’elaborazione dell’informazione (HIP), risponde adottando la metafora che vede la mente umana simile a un computer.
In pratica l’HIP si rifà al fatto che la mente elabora e manipola in vario modo le informazioni che provengono dall’ambiente o che sono conservate in memoria, ad esempio codificandole, ricodificandole, combinandole, conservandole o recuperandole dalla memoria.

Per cui mentre nella teoria di Piaget l’enfasi veniva posto nella “competenza”, ora in questo approccio viene posto sulla “prestazione”, cioè sull’eseguire contemporaneamente o in successione un certo numero di operazioni, spesso indipendenti tra loro.