Scopri il tuo talento! Ecco come c'è riuscita Luciana Littizzetto

Di Redazione Studenti.

Come dare voce alle proprie aspirazioni? Max Mizzau Perczel lo spiega nel suo libro "Carriere" intervistando 13 personaggi famosi che hanno realizzato le proprie passioni andando controcorrente ed in una nuova rubrica su Studenti.it. Ogni settimana verranno pubblicati i passi più interessanti del libro utili per scoprire e valorizzare le proprie aspirazioni, talenti, percorsi di studio e lavoro. In più potrete inviarci la vostra avventura-disavventura (massimo 2000 battute) con il primo colloquio, stage, esperienza con il mondo dell'università e del lavoro. Le storie più divertenti e rappresentative verrano pubblicate e commentate da Mizzau Perczel

INTERVISTA A LUCIANA LITTIZZETTO - (dal libro "Carriere, come scoprire la promessa di successo che c'è in noi" di Max Mizzau Perczel, Luiss university press, pp. 267, euro 9,00).

(...) "Inizialmente volevo diventare maestra e poi avevo nel cuore la sensazione di voler fare qualcosa di strano. Crescendo, durante gli anni del liceo e dell'università, l'ispirazione si è in parte spenta. Si scontrava con le difficoltà della realtà di tutti i giorni e con le complessità di chi fa questo lavoro. Vedo tante persone infelici e insoddisfatte, che non hanno il coraggio di sperimentare, che non sanno quello che vogliono".

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Che sensazione si prova a suonare bene il pianoforte?
Ride. "Non è il mio caso, passiamo alla seconda domanda".

E cosa mi dici del diploma di pianoforte al Conservatorio di Torino e degli anni di dure lezioni?

"Il diploma nasce da un'esigenza di accontentare i miei genitori. Vengo da una famiglia normale e tradizionale, dove si lavora sodo senza grilli per la testa e si va a messa la domenica. Mio padre è stato operaio Fiat, mia madre faceva la sarta e poi un bel giorno quando ero ancora bambina hanno deciso di aprire una latteria. Hanno sempre faticato e risparmiato nella speranza di veder la loro unica figlia studiare e poi sistemata con un lavoro sicuro. Dopo la maturità gli dissi che volevo fare l'attrice e questo causò un terremoto. Mi dissero che se volevo dedicarmi all'arte l'unica strada che potevo scegliere era il conservatorio. Così mi sono beccata il Conservatorio di Torino, unica possibilità per poter far qualcosa in qualche maniera legata allo spettacolo".

Come lavorare nello spettacolo

Da bambina per cosa eri portata?

"Ero spesso malaticcia. Mi sono venute le tonsille, l'acetone. Cose non gravissime ma sempre qualcosa. Quando succedeva dovevo rimanere a casa da sola. Non ho avuto fratelli e i miei stavano tutto il giorno alla latteria. Sono nata nel '64, in quegli anni la tv non trasmetteva la mattina, allora sentivo la radio. Programmi come Le stelle stanno a guardare, oppure sceneggiati romantici. Mi appassionavo alle storie radiofoniche e alle vicende dei personaggi. Così mi è venuta la passione e la voglia di fare il mestiere di quella che scrive e interpreta sceneggiati alla radio, che recita ma non si vede. Non so come mai, ma ho avuto subito la percezione che non sarei diventata Sofia Loren. Ride. Spesso ascoltavo le fiabe sonore dei fratelli Fabbri. Quando tornavo a scuola la maestra era contenta perché sapeva che potevo raccontare le mie fiabe agli altri bambini oppure recitare pezzi dei sceneggiati che avevo ascoltato e imparato a memoria".

Come scroprire il tuo talento

Sogni da bambina?

"Inizialmente volevo diventare una maestra. Mestiere che paradossalmente offre la possibilità di interpretare ruoli e richiede doti di spettacolo. Per essere ascoltati e seguiti dagli alunni bisogna avere un po' quest'arte di saper inventare e recitare storie coinvolgenti. Essere istrionici. E poi avevo nel cuore la sensazione di voler fare qualcosa di strano. Lo raccontavo spesso alla mamma. Tra le idee più ricorrenti quella di scrivere e recitare storie alla radio. Poi crescendo, durante gli anni del liceo e dell'università, l'ispirazione si è in parte spenta. Si scontrava con le difficoltà della realtà di tutti i giorni e con le complessità di chi fa questo mestiere".

Come diventare Art director di successo

Che qualità ci vogliono per scrivere un libro divertente da un milione di copie?

"Non credo a quelli che fanno tv e dicono mi fa schifo e non la guardo mai. Così non credo agli scrittori che non leggono molto. Bisogna essere onnivori. Dai quotidiani ai libri in uscita. Informarsi, captare i segnali del costume, essere come una spugna che assorbe. Anche per dire che non sei d'accordo. Saper ascoltare. A questo proposito ho una rubrica settimanale sul quotidiano La Stampa del venerdì, nella sezione cultura e spettacoli, dove ricevo dai lettori molti segnali e spunti interessanti. E' faticoso tenere viva l'attenzione e il filo diretto ma utile per nuove idee e per trovare ispirazione. Mi stupisco che i miei lettori sono persone di tutti i tipi ed età, ragazzi lavoratori, studenti, anziani, casalinghi, un mondo trasversale. Quando vendi un milione di copie vuol dire che vendi a ventaglio".

Qual è il segreto per ridere dei propri difetti?

"Non lo so. Una forma di esorcismo. Quando ti capita una cosa sfigata, non certo i grandi dolori, per superarla e non farsi venire attacchi di bile bisogna saperla esorcizzare. Per fare un esempio, quando stavo all'università sono andata a fare un viaggio in America e il primo giorno mi sono ammalata. Devo aver bevuto dell'acqua marcia. Ride. Quando racconto questa storia o altre piccole disavventure, vedo che chi ascolta si piega in due dalle risate".

Come diventare sceneggiatore

Nella tua carriera che peso hanno avuto caso, destino, fortuna?

"Pensa. Il caso te lo prepari tu. Chi ha talento prima o poi emerge. Questione di tempi, di momenti giusti. Ci sono periodi della tua carriera importanti in cui hai lavorato bene, ti senti in forma e a quel punto non puoi fare di più. Ecco, in quel momento ci vuole una scintilla che ti illumini, che concretizzi tutti i tuoi sforzi. Di solito si tratta di una persona che ti nota e ti da una possibilità speciale. Non puoi fare tutto da sola. Non si possono forzare gli eventi. Devi metterti nel cuore l'idea che ci vuole anche l'aiuto esterno".

Come si fa a capire se un talento basta per cambiare mestiere, per mettere tutto in discussione?

"Non lo so. Bisogna conoscersi bene. L'analisi è un tocca sano. Se hai i soldi vale sempre la pena. E' una fesseria quella che lo psichiatra ti cambia il cervello e poi si diventa scemi. L'analisi ti aiuta a conoscerti meglio. A rendersi conto che la vita è una sola. Noi giovani davanti a un bivio, a una scelta importante, abbiamo l'abitudine di dire "va bene adesso ci penso, adesso vediamo". Poi arrivi a quarant'anni e ti svegli infelice. Vedo tante persone infelici e insoddisfatte, che non hanno il coraggio di sperimentare, che non sanno quello che vogliono".

I mestieri in via d'estinzione

Da cosa dipende questa indecisione, questi dubbi?

"Tante persone vanno avanti per inerzia. Fanno il liceo classico e poi magari si iscrivono ad architettura solo perché pensano che sia la scelta più coerente. Preferisco chi si butta e sperimenta cento cose, a costo di sentirsi confuso e con ancora più dubbi. Ho un cugino che studia medicina. Si sentiva oppresso e ingolfato dagli esami. L'ho invitato a venire sul set del mio ultimo film, a fare il lavoro più duro. Aiuto attrezzista, dove ti fai un culo vero. In due mesi è rinato ma non perché avesse deciso di cambiare studi ma perché aveva avuto una boccata d'aria fresca concreta, aveva sperimentato il coraggio di trasgredire. Dove sta scritto che l'unica trasgressione possibile sia farsi la segretaria. La trasgressione può essere dire: questo che sto facendo non mi piace e voglio andare da un'altra parte, non so bene dove ma voglio provare cose nuove. E' importante iniziare a sperimentare da giovani, al liceo. Più si va avanti con l'età più ci si incatena alle responsabilità. Verso la famiglia, verso il fatto di dover portare i soldi a casa. Poi ti svegli a trentacinque, quarant'anni e ti senti un fallito, un frustrato cronico, un depresso isterico".

Come se ne esce?

"Forse cercando di fare serenamente il proprio lavoro principale, quello che non da' soddisfazioni, e in parallelo iniziare e provare cose che danno stimoli, che vanno nella direzione dei propri sogni e aspirazioni. Quando facevo la maestra di musica alle medie sapevo che volevo fare l'artista comico ma cercavo comunque di trovare soddisfazione in quello che stavo facendo. Mi ritagliavo degli spazi per provare, per aumentare le possibilità di successo di un eventuale cambio di mestiere. In questo trambusto, nella fase della crisi vocazionale, l'infanzia gioca un ruolo fondamentale. La miglior ricetta per essere un adulto felice è essere stato un bambino felice. Se al contrario l'infanzia è stata infelice, si è stati figli di sfighe galattiche, allora ci vuole il triplo della fatica e della grinta per rimanere contenti e per fare scelte importanti. Scelte che in ogni caso aumentano l'incertezza sul lavoro e nel vivere quotidiano".