Svolgimento analisi del testo

Di Redazione Studenti.

1.Comprensione del testo/parafrasi

“Vedo chiaramente, padre mio, come si affanna
il tempo nei miei confronti, per sferrarmi un colpo tale,
che è più doloroso per chi più si abbatte;
per la qual cosa è bene che io mi premunisca di provvidenza
cosicché, quando verrò allontanato dal luogo a me più caro,
io non perda altri luoghi di rifugio a causa dei miei versi.
Giù attraverso il mondo del dolore senza fine,
e su per il monte dalla cui bella vetta
gli occhi della mia donna mi innalzarono fin qui,
e in seguito per il Paradiso, di luce in luce,
ho potuto apprendere ciò che se ora riferisco,
sarà per molti di aspro sapore;
e d'altra parte se io mi comporterò da amico ,
temo di non vivere nella memoria
dei posteri.”
La luce in cui risplendeva il mio tesoro
Che io trovai lì, si illuminò,
come un raggio di sole in uno specchio d'oro;
e in seguito rispose: “Chi ha la coscienza sporca
o per sua colpa o per colpa di altri
sentirà le tue accuse come violente.
Ma nonostante questo, rimuovi ogni falsità,
e manifesta per intero la tua visione;
e lascia pure che si gratti chi ha da grattare.
Perché se le tue affermazioni saranno moleste
inizialmente, saranno poi nutrimento vitale
quando verranno digerite.
Questo tuo grido agirà come il vento
che agita le cime più alte;
e ciò non è piccolo motivo di onore.
Perciò ti sono mostrati in questi cieli ruotanti
nel Purgatorio e nell'Inferno
soltanto le anime illustri,
perché l'animo di chi ti ascolta, non ripone fiducia
se usi esempi
di origine ignota e oscuri,
o argomenti poco evidenti.”

2.Analisi del testo

2.1 La presenza di Cacciaguida nel canto XVII del Paradiso non è casuale né legata ad un contesto familiare ma è da inserire in un contesto più ampio perché con questo incontro si delinea chiaramente la missione politica e morale, su base religiosa, del poeta. Nel XVII il tema si concentra principalmente intorno alla questione dell'esilio, a lui già preannunciata nell'Inferno e di cui chiede conferma all'illustre antenato. Cacciaguida, che vede direttamente in Dio le vicende future e le cui profezie non sono quindi fallibili, prevede l'esilio e preannuncia a Dante le difficoltà che incontrerà in quel difficile momento della sua vita: sottolinea in particolare la lontananza dagli affetti, l'umiliazione di dover chiedere ospitalità e la triste consapevolezza che acquisirà ben presto Dante in merito alla stoltezza dei suoi compagni di partito e che lo spingerà a far affidamento in seguito solo su se stesso. Nei versi da prendere in esame viene esplicitato al trisavolo un dubbio -“io cominciai, come colui che brama, dubitando ”, vv.103-104-, di Dante in merito alle possibili conseguenze di una sua rivelazione su questa sua esclusiva esperienza nell'al di là. La sua incertezza sul futuro è mitigata da una triste certezza, quella dell'esilio, e per questo nel rivolgersi al trisavolo il poeta sembra molto scoraggiato:

“si come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, che è più grave a chi più s'abbandona.”

Dalle sue parole sembra che persino il tempo stia congiurando contro di lui, incalzando per sferrare il colpo più "grave", nel senso di doloroso per il poeta, ed è chiaro il riferimento all'esilio. Ma il suo vero timore, una volta avuta conferma dell'esilio, è quello di poter perdere oltre alla patria anche la possibilità di trovare ostilità altrove a causa della rivelazione delle sue visioni ultraterrene e dice quindi:

“si che, se loco m'è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.”


L'incertezza di Dante e il suo senso di smarrimento sul da farsi risultano evidenti anche pochi versi più avanti:

“ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s'io al vero sono timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.”

Il libero arbitrio dell'uomo che gli concede così tanta libertà sembra invece a Dante quasi una condanna perché lo mette di fronte ad una scelta molto difficile che dimostra il suo limite di essere umano e lo spinge a chiedere consiglio al suo illustre antenato. Da solo Dante non riesce a scegliere perché entrambe le possibilità che gli si presentano hanno in realtà dei possibili risvolti negativi: nel caso scegliesse di riferire ciò di cui è venuto a conoscenza rischierebbe di perdere tutto, nell'altra eventualità, quella di tacere, i posteri non avrebbero memoria del poeta né della sua incredibile esperienza.

2.2 I versi in cui il poeta ripercorre il suo viaggio ultraterreno vanno dal 112 al 115 e sono:

“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi della mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume”

Vengono menzionati i tre “regni” visitati da Dante nell'ordine in cui effettivamente sono stati visitati dal poeta: il primo è l'Inferno definito ‘il mondo sanza fine amaro' perché è il luogo dell'eterno dolore; il riferimento al Purgatorio è ovvio nel “monte” dalla cui vetta gli occhi di Beatrice lo condussero poi al “ciel”, l'ultimo regno e cioè il Paradiso in cui si concluderà il viaggio di Dante. In seguito, nei vv.136-137, anche Cacciaguida parla delle tappe del viaggio di Dante ma il percorso viene ricordato al contrario partendo dal regno in cui si trova il trisavolo:

“Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa”

Sono differenti anche i termini con cui Cacciaguida si riferisce a questi luoghi: per il Paradiso parla di “queste rote” dandone una descrizione più fisica; il Purgatorio è anche per lui identificato come il “monte”, mentre l'Inferno da luogo di eterna sofferenza è divenuto “la valle dolorosa”. In questo diverso modo di elencare e nominare i regni si può sottolineare la differenza che intercorre tra i due personaggi, l'uno ancora vivo e coinvolto nei problemi del mondo terreno e l'altro un'anima beata ormai libera dalle preoccupazioni e dai tormenti terrestri. È dunque inevitabile che Dante incentri, ad esempio, la sua definizione dell'Inferno sull'aspetto temporale, “sanza fine”, della pena così come rispetti la successione cronologica della sua esperienza.

2.3 La metafora più bella che Dante utilizza per alludere alle critiche e alle accuse nei confronti dei potenti è quella che viene proferita da Cacciaguida nei vv.133-134:

“Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime percuote”

In cui la denuncia di Dante viene paragonata al vento la cui forza è in grado di scuotere le cime più alte degli alberi, e quindi il riferimento è alle cariche più alte che le rivelazioni di Dante potrebbero minare.

2.4 Nel rivolgersi all'antenato Dante usa inizialmente due appellativi, molto affettuosi, in maniera molto spontanea; in questo caso non sembra ci si trovi di fronte alla tecnica dantesca della captatio benevolentiae perché non necessaria al poeta che ha già ampiamente ottenuto il rispetto del beato, quanto piuttosto si tratti di una ulteriore conferma di stima e affetto. Nel primo caso si rivolge a Cacciaguida definendolo “padre mio” per sottolineare il ruolo di fidato consigliere e guida che lo spirito dovrà rivestire per Dante; nel secondo caso ne parla come del “mio tesoro” che può essere sia una ulteriore dimostrazione di legame affettivo, che essere legato alla luce che avvolge le anime degli spiriti militanti e che li fa apparire a Dante come un'enorme croce luminosa dalla quale si distacca Cacciaguida per dialogare con Dante, che riluce ugualmente come un tesoro prezioso.

2.5 Dei termini in rima sembrano interessanti quelli che si trovano nella prima terzina e precisamente in conclusione del verso 106 ‘sprona' e del 108 ‘s'abbandona' perché sottolineano l'antitesi espressa nei versi tra l'incalzare del tempo e la disperazione del poeta. Nei vv.125-129 si incontrano altri tre termini significativamente in rima: ‘vergogna' v.125, ‘menzogna' v.127 e ‘rogna' v.129. Risulta importante la sequenza di queste parole che evidenziano ancor di più la disapprovazione di Cacciaguida nei confronti dei potenti e rendono ancora più necessarie le rivelazioni di Dante.

2.6 Il metro dantesco nella Divina Commedia è la terza rima o rima incatenata. I versi delle terzine dantesche sono tutti endecasillabi a rima alternata, riuniti in terzine o gruppi di tre versi a loro volta riuniti in gruppi più ampi ssecondo lo schema ABABCBCDC…YZY Z.