A Zacinto di Ugo Foscolo: testo e parafrasi

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo e parafrasi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

A Zacinto di Ugo Foscolo: testo, parafrasi, commento e figure retoriche di uno dei più celebri sonetti dell'autore, dedicato alla sua amata terra natale

1Introduzione ad "A Zacinto"

Il dolore dell’esilio, tema foscoliano per eccellenza, anima il ritmo inquieto di questo sonetto che Foscolo compose negli ultimi mesi del 1802 e nei primi del 1803. Proprio del 1803 è l’edizione definitiva delle sue poesie: è il canzoniere più breve della letteratura italiana, poiché conta appena dodici sonetti e due odi. Solo quattro di questi dodici sonetti, quelli cioè definiti “sepolcrali” (ossia «In morte del fratello Giovanni», «Alla sera», «A Zacinto», «Alla Musa»), raggiungono complessità tematica e piena maturità espressiva. Perché Foscolo – e l’Ortis ne era una dimostrazione – era spesso sopraffatto dalla tensione di voler dire e da una volontà espressiva talmente forte che rischiava di soffocare il suo canto. Forse il voler dire era superiore alla possibilità espressiva di cui il giovane Foscolo disponeva; e questo forse spiega l’esigua produzione lirica e i tanti progetti lasciati incompiuti dall’autore.  

A Foscolo spesso mancava il necessario raccoglimento dalla vita, eroica sì, e sempre in tempesta, al punto che meriterebbe un film hollywoodiano; di rado riusciva a portare a termine le sue furiose ispirazioni.
Quando la vita lo sopraffaceva, il suo grido orgoglioso restava uno slancio: vinceva la fragilità esuberante di Ortis e non la composta malinconia di Lorenzo Alderani. Questo sonetto, inoltre, rivendica la necessità di una patria spirituale (oltre che fisica) perché Zante (Zacinto) era la sua terra natia e luogo della sua infanzia.

Statua di Ugo Foscolo presso la basilica di Santa Croce
Statua di Ugo Foscolo presso la basilica di Santa Croce — Fonte: ansa

Vi è poi una sovrapposizione interessante e sottile tra i due modelli poetici di Foscolo: Omero e Dante. Foscolo, e lo si vede bene nell’Ortis, deluso storicamente da quella patria che non riusciva a formarsi, senza rinnegare la grandezza dantesca, guarda però ancora più indietro e glorifica al suo posto il padre della cultura occidentale, il leggendario poeta Omero, cui dedicherà il commosso finale del carme Dei sepolcri. Omero narra dell’eroe cercatore per eccellenza, il ramingo Ulisse, cui Foscolo si sente legato per il comune destino di sventura, e per la ricerca di pace.
Tuttavia questa pace, il sonetto rivela, sarà per Foscolo solo con la morte e sarà proprio il suo canto a sopravvivergli.    

2Testo e parafrasi

Testo

Né più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’inclito verso di colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Parafrasi

Non toccherò mai più le rive sacre
dove abitò il mio corpo di bambino,
Zacinto mia, che ti rifletti sulle onde
del mare greco, da cui purissima nacque
Venere, e con il suo primo sorriso
rese quelle isole feconde, per cui glorificò
le tue chiare nubi e i tuoi boschi
l’opera gloriosa del poeta che cantò il fatale
naufragio, e l’esilio diverso, attraverso
il quale, bello di fama e sventura,
Ulisse infine baciò la pietrosa Itaca.
Tu solo la poesia avrai del figlio,
mia terra materna: per noi il fato
stabilì una sepoltura senza lacrime.

3Analisi retorico-stilistica

Il testo ha un incipit estremamente forte con tre negazioni in climax: «Né più mai» (v. 1), che apre il primo dei due periodi che compongono il sonetto, entrambi aperti da una negazione. Il primo periodo, come detto, parte da «Né più mai» e termina al v. 11; il secondo parte dalla negazione, al v. 12, «Tu non altro» e termina con il sonetto stesso. Nel primo periodo dominano gli enjambements: «nacque / Venere» (vv. 4-5); «onde / del greco mar» (vv. 3-4); «tacque /le tue limpide nubi» (vv. 6-7); «l’acque / cantò» (vv. 8-9).    

Ci sono poi le anastrofi «vergine nacque / Venere» (vv. 4-5); «l’acque / cantò fatali» (vv. 8-9); «il canto avrai del figlio» (v. 12) Gli enjambements insieme alla catena di congiungimenti sintattici («ove», «che», «da cui», «e», «di colui che», «per cui») e alle anastrofi servono per creare un unico e tortuoso discorso lirico che si modelli sull’irrequietezza della passione soggettiva e che ricordi l’errare tortuoso di Ulisse e del poeta, oltre che le frastagliate coste della Grecia.    

Foscolo quindi, pur adottando uno schema classico, riesce a dissolvere la ritmica tradizionale dei sonetti che volevano la coincidenza di periodi sintattici e strofe. Un altro enjambement con diverso effetto è nella terzina finale (quindi nel secondo periodo): «prescrisse / il fato» (vv. 13-14), che dà risalto al secondo termine, il soggetto, tra l’altro posposto al verbo, che sottolinea in modo solenne l’ineluttabilità del destino («il fato»). A questo andamento ritmico si unisce un sapiente uso delle sonorità; molte sono le allitterazioni, alcune più dolci, «sacre sponde» (v. 1); «fea… feconde» (v. 5); «vergine… / Venere» (vv. 4-5) «o materna mia terra» (v. 13); «ed il diverso esiglio» (v. 11); altre più dure: «L’inclito verso di colui che l’acque / cantò fatali» (vv. 8-9).    

Alla propria patria Foscolo si rivolge usando due apostrofi, una per ogni periodo: «Zacinto mia» (v. 3); «o materna mia terra» (v. 13). Molto elegante è la perifrasi per indicare il poeta Omero, «colui che l’acque / cantò fatali» (vv. 8-9). Si può inoltre rilevare l’uso frequente della sineddoche: «sponde» per indicare le coste (v. 1); «limpide nubi», che è anche ossimoro, per indicare il clima altalenante della Grecia (v. 7); «fronde» per indicare i boschi (v. 7); «inclito verso» per indicare tutta l’opera di Omero (v. 8). È presente una litote: «non tacque» (v. 6), per affermare il contrario: ossia ‘celebrò’, ‘glorificò’.    

4Commento

Ritratto di Foscolo da giovane
Ritratto di Foscolo da giovane — Fonte: ansa

A Zacinto, sonetto x nell’edizione definitiva delle poesie foscoliane, è denso di temi classici e di sensualità espressiva. «Questo sì è un sonetto tutto senso, tutto colori, tutto cose viste coll’occhio – come le onde lucenti, le nubi limpide ed il verde delle frondi – e viste colla fantasia, che dà corpo al mito, come la pittoresca Venere, che si dislaga dalle onde, o quel peregrino Ulisse, che vedi genuflesso al suolo affiggere un bacio alle scabre rupi patrie!» (G. Manacorda, Studi foscoliani).  

Tutto il sonetto è giocato sui temi più cari a Foscolo, il primo dei quali, lo si vede con disarmante chiarezza, è quello dell’esilio. Le tre negazioni in climax riprendono è come se riprendessero un ragionamento sotterraneo del poeta che prorompe nell’incipit lasciando dietro sé tutta la parte implicita: «Né continua la rassegna tacita delle avversità che affliggono il poeta» (Russo). Proprio in quegli anni aveva affrontato disavventure politiche, amorose, familiari. Sperimentava – giovane, bello e dannato, come il suo Ortis – la presenza del nichilismo nella sua vita, che trovava sulla base base filosofica che era il materialismo, dono forse indesiderato del “secolo dei lumi”. Perché la materia è corruttibile, si dissolve continuamente. 

Scorcio di Zante, l'isola amata da Foscolo
Scorcio di Zante, l'isola amata da Foscolo — Fonte: istock

L’esilio segnava la perdita di un'altra delle illusioni foscoliane: la patria, il senso di appartenenza a una nazione, e quindi la difesa assoluta della sua identità poetica e spirituale. Zacinto è come la tomba di queste speranze «ove il mio corpo fanciulletto giacque», dice il poeta, utilizzando un verbo che ricorda in modo quasi esplicito la morte, perché gli infanti giacciono in una posizione orizzontale, di perpetuo riposo, essendo incapaci di reggersi in piedi. Tuttavia la terra genera e inghiotte in un ciclo senza fine, ed è probabile che Foscolo qui evochi un passo lucreziano: «il bimbo, simile al marinaio che i flutti furiosi hanno rigettato sulla riva, giace, tutto nudo, per terra (…) dall’ora in cui, gettandolo sulle rive bagnate dalla luce, la natura lo strappa con sforzo dall’utero materno (Lucrezio, De rerum natura, V, 222-225). La somiglianza è grande, anche per la presenza delle «rive bagnate dalla luce» che ricordano le «sacre sponde» del sonetto, e per la presenza della similitudine col marinaio che è un’apposizione di Ulisse, oltre che espressione vicina alle «acque fatali». 

Venere, all’inizio della seconda quartina, riveste una rilevanza tematica decisiva: ella è amore, bellezza, grazia, sorge dal mare e rende fertili col suo sorriso tutte le terre. Anche qui si scorge l’eco di Lucrezio, del suo proemio al De rerum natura, in cui la dea «genitrice degli Eneadi» altro non è che simbolo dell’istinto vitale che anima ogni essere vivente. In Zacinto, vagheggiata e cantata, sembrano concentrarsi tutte le illusioni di Foscolo, come si trattasse del riparo felice della sua adolescenza perduta e delle perdute speranze. 

A che serve, dunque, questo vagare alla deriva? Come salvare il senso dell’esistenza? Il paragone con Ulisse sembra quasi un obbligo: entrambi sono raminghi, vagano di terra in terra, senza trovare pace, perdendo anzi quasi la speranza del giorno in cui torneranno; ma solo Ulisse torna, Foscolo invece intuisce che morirà in terra straniera, lontano dalla madrepatria che ha in comune con Ulisse. «E questi figli sono due; lui, il poeta, e Ulisse, simili nell’amore, vicini di patria, ma lontanissimi nel destino, come nel tempo. Palese è l’antitesi tra l’errante Ulisse, che pur bacia la sua petrosa Itaca, ed il poeta, che già presente quel ‘che poi fu’; che egli cioè non rivedrà più la sua selvosa isola natante nell’azzurro» (G. Manacorda, Studi Foscoliani).  

Il «Tu» al v. 11 completa la panoramica lucente, di natura e mitologia, dell’isola: Foscolo, sempre in cerca di un sostegno materno (lui che, passi il lieve psicologismo, adorava la madre, avendo perso giovanissimo il padre Andrea), si dichiara figlio in senso fisico e spirituale, poeta che eredita la tradizione della poesia greca da Omero in poi. C’è tutto un sentire eroico, un gusto per la proiezione mitica (anche mitologica) della propria persona che è già elemento pienamente romantico con l’esaltazione del soggetto e della sua interiorità. 

Stata raffigurante Ulisse
Stata raffigurante Ulisse — Fonte: ansa

La bellezza, più di ogni altra cosa, è la chiave di volta della poesia perché ci porta a dare un respiro di eternità a tutto ciò che è caduco. Il rischio di affondare, di naufragare nell’oblio è terribile per un ateo, materialista. È tutt’altro che liberatorio per chi crede che una patria occorra ancora costruirla, e non per sé stessi, ma per chi dovrà arrivare: Foscolo si ostina a parlare di morte e di tombe, di oblio e di Nulla, perché la vera lotta dell’uomo si gioca contro il cieco meccanismo del suo mortale destino; cerca, agendo spesso alla disperata, e con ostinata coerenza, di salvare l’intervento dell’uomo nella storia: cerca il significato, il signum, la sua firma nel mondo. La soluzione foscoliana è laica e luminosa, come il sorriso delle Grazie.  

Non può credere il poeta all’immortalità dell’anima; pure vorrebbe crederci. Sarà un’illusione, ma è crudeltà togliere illusioni che ci rendono felici, che ci abbelliscono la vita. Così la via è aperta ad un ritorno delle idee religiose, non in nome della verità, ma in nome dell’umanità e della poesia.

Francesco De Sanctis su Ugo Foscolo

Restano due sigilli che l’uomo deve apporre: la tomba e la poesia. Questi due aspetti, indagati fino allo spasimo dal poeta, occupano l’ultima terzina: come un’epigrafe che poi è proprio l’unione della poesia alla morte. Dunque la concretezza dei temi foscoliani è emblematica e si concentra in queste righe: la patria è lontana, irraggiungibile fisicamente e spiritualmente; l’agire umano è messo in pericolo dal continuo scacco della morte; dalla morte al nulla cosmico, il passo è breve; la tomba è l’unico segno di quell’esserci stati; ma più ancora lo è la poesia, il canto di Ulisse e di Achille, di Venere ciprigna, tutto nel nome di Omero il cui «inclito verso» ancora oggi, e questo è un fatto, risuona