A Silvia di Giacomo Leopardi: testo e parafrasi

A Silvia di Giacomo Leopardi: testo e parafrasi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

A Silvia di Giacomo Leopardi. Testo, parafrasi commento, e figure retoriche della lirica scritta dall'autore tra il 19 e il 20 aprile del 1828

1Introduzione ad A Silvia di Giacomo Leopardi

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Leopardi, nello Zibaldone, fa una riflessione sulla bellezza delle ragazze adolescenti: «Ma veramente una giovane dai sedici ai diciotto anni ha nel viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti, ecc. un non so che di divino, che niente può agguagliare. […] Io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea di angeli, di paradiso, di divinità, di felicità…», (Zibaldone, appunto del 30 giugno 1828).  

Silvia aveva proprio questa età quando morì. Silvia, o per meglio dire, Teresa, perché il motivo biografico di questa poesia è la morte per tisi polmonare (nel 1818) di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi. Non sappiamo se Giacomo fosse innamorato di Teresa, ma piace pensare che sia così; o, comunque, non commettiamo alcun torto a immaginarlo. Possiamo immaginare la scena: Teresa che vive nel mondo, nelle «vie dintorno» e Giacomo chiuso nella casa paterna. Una barriera sociale ed esistenziale li separa. Lei popolana, lui nobile; lei spensierata e semplice, lui sempre un po’ accigliato, nella sua biblioteca, solitario… eppure hanno in comune la stessa esuberanza e la stessa identica voglia di vivere e di felicità. Il poeta, con un colpo d’ala, supera il motivo biografico e recupera l’allegoria, quale figura retorica determinante per la sua speculazione (ricerca) filosofica: per i filosofi tutto deve avere significato. 

Teresa viene chiamata Silvia, la ninfa protagonista dell’Aminta di Tasso, e diventa non solo la Teresa di Leopardi, ma esempio di tutti i sogni giovanili infranti da una morte prematura. La morte, la sofferenza, il dolore sono sempre ingiusti e il poeta non si rassegna questa ingiustizia. Pensiamoci bene: quando muore un anziano, sentiamo spesso dire: «era vecchio… ha fatto la sua vita… è morto serenamente». Ma quando muore un giovane, che risposta dare? Qual è il significato di una vita spezzata prima della sua fioritura? È impossibile rispondere. Leopardi denuncia allora la Natura, è lei colpevole. Anche il poeta (e questo è il confronto con Silvia), nel suo io-lirico, è pieno di rimorsi: egli diventa allegoria di tutte le giovinezze sprecate invano, lontane dalla gioia e dal piacere, in una solitudine in parte scelta, in parte imposta dalle circostanze e dalla natura.

2A Silvia: testo e parafrasi

Metro: canzone libera di endecasillabi e settenari.

Testo

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare            5
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta        10
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri                15
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,    20
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.    25
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia                30
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.        35
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,        40
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,        45
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei        50
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!                55
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero                    60
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

Parafrasi

Silvia, ricordi ancora
quel tempo della tua breve vita mortale
quando nei tuoi occhi ridenti e timidi
splendeva la bellezza, e tu, felice
e pensierosa, ti avvicinavi
al fiorire della giovinezza?
Il tuo canto perpetuo risuonava
nel silenzio delle stanze, e nelle vie attorno,
quando sedevi presa dai lavori femminili,
felice di quel futuro misterioso
che provavi a immaginarti. Era il maggio
profumato: e tu passavi così ogni tua giornata.
Io, di tanto in tanto, trascurando
gli studi amati e le pagine su cui mi affaticavo,
dove la mia giovinezza e il mio corpo
andavano consumandosi,
dai balconi della casa paterna
mi mettevo ad ascoltare il suono della tua voce,
e il ritmo rapido delle tue mani affaticate
nel tessere la tela.
Guardavo il cielo sereno,
le vie color dell’oro, le campagne,
e da un lato il mare, dall’altro le montagne.
Non esistono parole umane per descrivere
ciò che provavo in quei momenti…
Che pensieri soavi, che speranze,
che emozioni avevamo, mia cara Silvia!
Come ci sembrava la vita
umana e il destino!
Quando ripenso a speranze così grandi,
un dolore disperato mi strugge il cuore,
e torno a dispiacermi
della mia sventura. O natura, natura,
perché non restituisci mai quello che hai promesso?
Perché inganni così tanto le tue creature?
Tu, prima che l’inverno inaridisse l’erba,
Silvia, piccola mia, sfinita e vinta
da una malattia occulta, morivi. E non vedevi
il fiore dei tuoi anni, e non ti accarezzava il cuore
la lusinga per i tuoi capelli nerissimi,
e per il tuo sguardo vergine che fa innamorare;
né le tue amiche, nei giorni di festa,
chiacchieravano d’amore con te.
Dopo non molto, morì pure
la mia speranza: anche a me il destino ha negato
gli anni della giovinezza. Ahimè,
come, come te ne sei andata, cara compagna
della mia gioventù, mia speranza rimpianta.
Sarebbe questo quel mondo?
Questi i piaceri, l’amore, le azioni, gli eventi
su cui tanto abbiamo fantasticato?
È davvero questa la sorte del genere umano?
All’apparire della verità
tu, misera, sei caduta:
e da lontano con la mano mi indicavi
una tomba spoglia e la fredda morte.

3A Silvia: struttura e retorica

La poesia è una canzone libera di endecasillabi e settenari con prevalenza di quest’ultimi: 34 settenari e 29 endecasillabi. L’ultimo verso di ciascuna strofa rima con uno dei versi che lo precedono.

Il componimento si divide in due parti quasi della stessa lunghezza: vv. 1-31 e vv. 32-63. Questa poesia è un dialogo emozionato con diversi interlocutori: Leopardi si rivolge ora a Silvia, ora alla Natura, ora alla sua giovinezza perduta. Per questo abbiamo molte apostrofi v. 1: “Silvia”; v. 29: “o Silvia mia”; v. 36: “o natura, o natura”; v. 43: “o tenerella”; vv. 54-55: “cara compagna dell’età mia nova, mia lacrimata speme”; v. 61: “tu misera”.  

Il ritmo è incalzante grazie soprattutto alle anafore: “Che pensieri soavi, / Che speranze, Che cori” (vv. 28-29); “perché non rendi poi…./ perché di tanto…” (vv. 38-39); “questo è quel mondo? Questi / i diletti… / Questa la sorte…” (vv. 56-59). Sempre per lo stesso motivo abbiamo la geminatio (ripetizione) “o natura, o natura” (v. 36); “come, / come passata sei..” (v. 53); e naturalmente che chiude la prima parte della poesia: “che pensieri soavi, che speranze, che cori…” (vv. 28-29). 

E le enjambements: “sonavan le quiete / stanze” (vv. 7-8); “peria fra poco / la speranza mia dolce” (vv. 49-50); “negaro i fati / la giovanezza” (vv. 52-53); “questi / i diletti” (vv. 56-57); “la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi” (vv. 62-63). Leopardi gioca molto con le figure di posizione più che con le metafore: abbiamo chiasmi “io gli studi leggiadri… e le sudate carte” (vv. 15-16); “fredda morte, tomba ignuda (v. 62)”. Gli iperbati: “ove il tempo mio primo / e di me si spendea la miglior parte” (vv. 17-18); “agli anni miei anche negaro i fati / la giovanezza” (vv. 51-52).

Molto dolce l’ossimoro “lieta e pensosa” (v. 5), che deriva dal precedente (non propriamente un ossimoro) “ridenti e fuggitivi” (v. 4). Le metafore più importanti sono: “il fiore degli anni tuoi” (v. 43), cioè la giovinezza; e “cara compagna dell’età mia nova” (v. 54), per indicare la “speranza”, e quindi le aspettative del futuro. 

Leopardi in questa poesia non usa molte metafore, per cui capiamo che le poche rivestono una particolare importanza

Molto importanti anche le metonimie “sudate carte” (v. 16); “faticosa tela” (v. 22); “lingua mortal” (v. 27). Per quanto riguarda i suoni della poesia abbiamo un trionfo della sillaba “-vi” presente anche nel nome “Silvia”, che produce numerose allitterazioni: “vita” (v. 2), “fuggitivi” (v. 4), “salivi” (v. 6), “sedevi” (v. 11), “avevi” (v. 12), “solevi” (v. 13), “soavi” (v. 28), “perivi” (v. 42), “vedevi” (v. 42), “schivi” (v. 46), “festivi” (v. 47), “mostravi” (v. 63); delle lettere “t” (v. 2): “tempo-“tua-vi“ta-mor“tale” ed “l”: “que“l-de“lla-morta“le”, “allorchè-all’-femminili” (v. 10); di “m” ed “n”: “e quinci il mar da lungi e quindi il monte” (v. 25); della “v”: “vago-avvenir-avevi” (v. 12). 

Dominano nella prima parte, specie sul finire dei versi, i suoni aperti (a), (e): “mortale”, v. 2; “splendea”, v. 3; “contenta”, v. 11; “carte”, v. 16; “tela”. Nella seconda parte i suoni più chiusi soprattutto “o” ed “e”. 

4A Silvia: analisi del testo

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Dopo un lungo silenzio poetico (1823-1827), Leopardi torna a scrivere in versi cercando nei ricordi del passato l’ispirazione lirica, rafforzandola però con le conclusioni filosofiche cui nel frattempo era giunto. La poesia esordisce con l’apostrofe (invocazione) a Silvia, e una domanda: ricorda, lei, la sua giovinezza? L’interrogativo resta senza risposta. Abbiamo solo il suo canto e la vivacità del suo sguardo nei ricordi del poeta. Silvia è, in verità scomparsa, scomparsa: esiste solo nella mente del poeta, ma lui con questa poesia ci dona una parte della sua storia. La parola «rimembri», infatti, pone subito la dimensione temporale come punto focale attorno a cui, oltre a Silvia, ruota anche il poeta: il prima e il dopo, il passato felice, cui appartiene anche la speranza (quindi il futuro nel passato), e il triste presente. Infatti Silvia è morta prematuramente; il poeta è ormai adulto e disincantato, e rimpiange la giovinezza che non ha vissuto. 

L’accostamento della parola «vita» all’aggettivo «mortale» lascia intendere la precarietà dell’esistenza. Le coppie di aggettivi potrebbero descrivere una qualsiasi ragazza di diciotto-venti anni, dagli occhi «ridenti e fuggitivi», dagli sguardi «innamorati e schivi». L’ambientazione è primaverile: «Era il maggio odoroso…» (v. 13). Questo dato temporale è allegoria della giovinezza, la primavera di ogni persona. C’è una barriera che divide i nostri due protagonisti: essi appartengono a due piani diversi: Leopardi in alto, nel chiuso della stanza. Silvia è nel mondo esterno e nel basso delle vie di Recanati. È un amore da lontano, come quello degli antichi poeti provenzali. La voce di Silvia anima il silenzio, il paesaggio si colora, e il cuore del poeta accelera i suoi battiti, inebriato. La presenza dell’altro nella poesia leopardiana è una novità non trascurabile: Silvia aggiunge prospettiva al ragionamento leopardiano e profondità al suo pessimismo. Anche la poesia, dopo i dialoghi delle Operette morali, diventa strumento di indagine filosofica molto più affinato rispetto agli idilli giovanili. 

Statua di Giacomo Leopardi a Recanati
Statua di Giacomo Leopardi a Recanati — Fonte: ansa

«Sonavan le quiete stanze» (v. 7), scrive Leopardi. L’utilizzo dei tempi verbali è anch’esso molto importante: la giovinezza dei due protagonisti è connotata dall’utilizzo dell’imperfetto che indica un’azione continuativa e indeterminata.
Dopo l’attenzione riposta a Silvia, spicca l’Io del poeta. Il confronto si completa. Leopardi sta passando la sua giovinezza a studiare e a scrivere: il suo corpo, quel corpo che avrebbe bisogno di attenzione, viene invece trascurato; Silvia, invece, spende il suo tempo nelle faccende domestiche. In loro, però, c’è ancora la speranza del futuro: ed è la vita che non hanno ancora vissuto a renderli felici, perché riempiono il presente di aspettative: il primo vuole essere un gigante della letteratura italiana, rivaleggiare con Foscolo e Monti, con Dante e Petrarca; ma, forse, soprattutto vuole avventure, amori, affetto. La seconda, forse, sognava di innamorarsi, di mettere su famiglia, diventare una brava madre, vivere serenamente, invecchiare con qualcuno al suo fianco.
Il v. 32 è un punto di volta della poesia e cade a metà del testo. «Quando sovviemmi di cotanta speme / Un affetto mi preme / Acerbo e sconsolato / E tornami a doler di mia sventura.» (vv. 32-34). Il contrasto tra le aspettative del passato e la realtà del presente è terribile. Ogni speranza è stata tradita, ogni aspettativa delusa, ogni promessa non mantenuta. 

La colpa, però, è da imputarsi unicamente alla natura che fa l’uomo desideroso di felicità e rende tale felicità impossibile: «O natura, o natura / Perché non rendi poi / Quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi?» (vv. 36-39). Le due interrogative rappresentano la battaglia titanica, inesausta del poeta nel trovare un senso alla condizione umana. Echeggiano, senza risposta, sopra un silenzio tombale. L’odio per questa natura maligna non spinge mai però il poeta a un rifiuto della vita che, anzi, viene amata con ancora più abbandono e tenerezza. Silvia, morendo per una malattia oscura, non fa in tempo a provare la sensazione – il piacere! – di essere nel fiore degli anni; non viene lusingata per la sua bellezza, non sente gli sguardi degli innamorati su di lei (e sappiamo quanto sia bello piacere agli altri), né riceve complimenti per il suo sguardo timido.  

Mezzobusto raffigurante Giacomo Leopardi
Mezzobusto raffigurante Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

L’inverno della vita per lei non è mai arrivato, e quindi, se da una parte non ha provato il dolore e l’angoscia della vecchiaia, non ha però neanche vissuto appieno la sua adolescenza: Silvia ha vissuto solo quel «maggio odoroso», quella primavera, di cui abbiamo parlato in precedenza. E questa ingiustizia, Leopardi la denuncia. Anche per Leopardi la situazione è simile: ha perduto la speranza, la vita l’ha disilluso, sono state troppe le ferite che ha dovuto sopportare. La giustizia non esiste. Ogni sorte è in balia del caso e della mutevolezza. Ogni vita è destinata, presto o tardi, a disgregarsi e a soccombere.
Si sono amplificate le conseguenze angoscianti del suo materialismo: alla fine del percorso di ogni essere umano (e di ogni essere vivente in generale) c’è solo il Nulla. La verità ormai gli è chiara: «All’apparir del vero, / Tu, misera, cadesti: e con la mano / La fredda morte ed una tomba ignuda / Mostravi di lontano.» (vv. 60-63).