Il 1968: storia e società nell'anno della contestazione (II parte)

Di Redazione Studenti.

Anno di contestazioni studentesche, stravolgimenti sociali, lotte armate e ideologie politiche, il 1968 è stato l'anno in cui i movimenti di massa hanno fatto sentire maggiormente il proprio valore e la propria voce

La "2314" incontrò l'ostilità parlamentare del Pci - che ne chiedeva numerosi emendamenti - ma soprattutto il vero e proprio muro da parte dei diretti interessati, gli studenti.
La prima protesta si levò dall'ateneo di Trento, la cui vicenda è paradossale. Voluta da FlaminioPiccoli e da altri notabili dell'entourage democristiano, l'università trentina - e in particolare la sua facoltà di sociologia - avrebbe dovuto essere la fabbrica dei pensatori cattolici.
Ma accadde che lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo accademico italiano. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino, prima con architettura e poi con le facoltà umanistiche, dove l'occupazione durò un mese prima di essere interrotta dall'intervento della polizia. E fu proprio a Torino che la battaglia contro l’autorità accademica conobbe i suoi momenti più alti.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore. Questi - come scrivono Montanelli e Cervi ne "L'Italia degli anni di piombo" - "era (...) un barone che non aveva mai speso un po' del suo tempo e della sua pazienza per capire e avvicinare gli studenti". Di fronte a questo distacco, la massa degli studenti - non più solo ex liceali, ma anche provenienti dagli istituti tecnici - reagì proponendo un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell'esame "alla pari" tra il docente e l'allievo. Quel momento, lungi da qualsiasi tipo di valutazione, doveva essere visto come un confronto il cui esito non poteva che essere positivo. Accanto a rivendicazioni di questo tipo convivevano forme di protesta decisamente folcloristiche, tra le quali primeggiavano la distruzione e il rogo dei libri di testo, considerati strumenti di un insegnamento ormai destinato ad andare in pensione.

Dinanzi a tanto rumore, la maggioranza dei "baroni" accantonò il "titolo nobiliare" e si dimostrò estremamente indulgente, permettendo agli studenti ogni cosa; una minoranza invece, resistette, o tentò di farlo. Vediamo ora come, grazie a un curioso effetto boomerang, la contestazione ritornò nelle aule di liceo. Abbiamo visto che le prime scosse del terremoto studentesco ebbero come epicentro il "Parini", a Milano. In seguito, il ruolo di guida della contestazione fu assunto da uno dei licei più in auge nell'ambiente borghese della capitale: il "Mamiani".
Situato al quartiere Prati - una delle zone più eleganti di Roma -, l'istituto era frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. I quali figli, tuttavia, dovevano obbedire ad un regolamento interno oltremodo rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle "elementari norme igieniche". Esposti a un vento di protesta potente quanto un tifone, gli alunni del "Mamiani" - dopo anni di clausura - non poterono che cogliere al volo la possibilità di sovvertire l'ordine costituito in nome del suo esatto contrario: cominciò quindi un'interminabile sequenza di occupazioni, sistematicamente accompagnate da provvedimenti disciplinari.
E il Sessantotto fece il suo ingresso anche nella scuola più "reazionaria" di Roma. La protesta degli studenti, quindi, si allargava a macchia d'olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all'intervento delle forze armate; tuttavia, sino a quel momento, non si poté parlare di veri e propri scontri tra studenti e polizia.
La situazione mutò dal 1° Marzo. Quel giorno, come abbiamo accennato, è da tutti considerato l'inizio del Sessantotto, cioè della lotta contro il Sistema e i suoi difensori. Casus belli fu l'ordine di serrata della facoltà di Architettura, proveniente dal rettore Pietro d'Avack.
I locali - situati in via di Valle Giulia, presso Villa Borghese - erano presidiati dalle forze di Polizia. Gli studenti che componevano il "comitato di agitazione" decisero allora di sbloccare la serrata. Racconta Oreste Scalzone, leader tra i più carismatici della protesta: "Arrivammo sotto quella scarpata erbosa e cominciammo a tirare uova contro i poliziotti infagottati, impreparati, abituati a spazzar via le manifestazioni senza incontrare resistenza. Quando caricarono, non scappammo. Ci ritiravamo, su e giù per i vialetti e i prati della zona, armati di oggetti occasionali, sassi, stecche delle panchine e roba simile. Qualche "gippone" finì" incendiato...". Bilancio della giornata: 148 poliziotti e 47 dimostranti feriti, 4 arresti, duecento denunce.
Ma quel che più conta, è che a "valle Giulia" l'iniziativa dell'attacco venne dagli studenti.
Fu una svolta fondamentale nella storia del movimento studentesco: infatti, in quell'occasione, comparve per la prima volta un elemento che, in seguito, fu protagonista di innumerevoli manifestazioni. Si tratta del "servizio d'ordine", che avrebbe presidiato ogni corteo dalle repressioni ordinate dalle pubbliche autorità. Le quali, invece, dimostrarono una certa indulgenza nei confronti e dei dimostranti del 1° Marzo (i cui fermati furono rilasciati poco dopo su pressioni del Governo che, inoltre, ordinò a D'Avack di riaprire l'università) e degli occupanti del "Mamiani" (per i quali furono sospesi i provvedimenti disciplinari). La lotta, però, era cominciata, e sarebbe durata a lungo...

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