La coscienza di Zeno - Italo Svevo

Di Redazione Studenti.

Spunti di riflessione della tipologia A, analisi del testo, per la prima prova della maturità 2009

Il romanzo è intitolato “La coscienza di Zeno” perché il protagonista non è capace di abbandonarsi passivamente, come dovrebbe, al flusso dei ricordi, ma vuole invece organizzarli, scrivendo, “secondo coscienza”. Zeno Cosini è un anziano ed agiato borghese, che vive coi proventi di un’azienda commerciale, avuta in eredità dal padre, ma vincolata da questi, per la scarsa stima che aveva del figlio, alla tutela dell’amministratore Olivi. I resoconti riguardano il vizio del fumo, la morte del padre, la storia del suo matrimonio, la moglie e l’amante e la storia di un’associazione commerciale. Vi è poi un capitolo finale intitolato Psico-analisi, che si ricollega strutturalmente alla Prefazione ed al Preambolo. Dal che si deduce che il romanzo non è altro che una serie di sondaggi fatti da Zeno sul proprio passato e scritti per il suo psicanalista, vagamente indicato con la sigla Dottor S. e pubblicati da costui per dispetto, allorché Zeno decide di liberarsi di lui, interrompendo la cura, con in più una specie di ricatto sui diritti d’autore. I diversi capitoli rappresentano narrazioni di trame a sé stanti.

Svevo mette a fuoco il momento in cui il paziente si ribella esplicitamente ad una terapia in cui non crede più. Il medico gli appare ridicolo, la sincerità impossibile, la psicoanalisi una serie di proposizioni scontate e prive di novità. Sotto questa forma Svevo prova ad affermare le ragioni della superiorità della letteratura sulla pratica psicoanalitica. L’atteggiamento sveviano nei confronti della psicanalisi è qui ed altrove molto ironico. Egli sa che la ricchezza di una psiche è fatta anche dai materiali rischiosi che chiamiamo nevrosi, sa che la distinzione drastica fra malattia e salute è schematica ed improduttiva, sa infine che proprio nella gestione attiva delle proprie nevrosi risiede il rapporto più sano possibile con la vita. “Com’era stata più bella la mia vita che non quella dei cosiddetti sani”, si sorprende a pensare il vecchio Zeno Cosini. Ed è proprio l’aggettivo “cosiddetti” che sbalordisce il lettore di oggi, è un’anticipazione convinta di certe tematiche antipsichiatriche e liberatorie che si sarebbero affermate, tra successi e contraddizioni, solo trent’anni dopo.

La coscienza di Zeno è anche la coscienza della precarietà della lingua in cui lo scrittore si esprime, la consapevolezza di trovarsi fuori dai canoni della letteratura posteriore. La diversità di Svevo non è solo linguistica ma anche culturale: la sua posizione è quella dell’intellettuale di frontiera. Ciò può apparire un handicap ma al contrario agisce come fatto positivo che gli permette, ad esempio, di aggredire la problematica psicanalitica senza nessun complesso d’inferiorità, ed anzi da un’angolazione ironica tagliente, assolutamente estranea all’ottica che nei confronti della psicanalisi adottano gli scrittori contemporanei. La coscienza di Zeno è una conferma ed una smentita dei due romanzi precedenti di Svevo. Conferma l’ossessione tematica dell’autore incentrata sul fallimento e la sconfitta, e ne smentisce sul piano del linguaggio il determinismo, proprio in quanto è capace di sviluppare il suo gioco su due tavoli cambiando continuamente le carte: il tavolo della meccanica sociale mercantile-borghese ed il tavolo dell’ambiguità della psiche. Ciò che unifica il tutto è l’ironia, la disincantata “scienza della vita”, la coscienza. La coscienza di Zeno Cosini è, appunto, la sola scienza che egli possieda, ed il solo suo disperato ed inalienabile bene.

Nel romanzo la divisione tra autobiografia e racconto è risolta proprio distruggendo la concezione strutturale del romanzo classico, e mettendo in atto una soluzione in parte già sfruttata per i due romanzi precedenti, ma che qui si evolve e si completa facendo di questo libro l’anti-romanzo per eccellenza. Svevo si trova tra le mani un semilavoro che non può diventare un “prodotto finito” se non restando un’opera aperta, involontaria, un testo insofferente verso qualsiasi ideologia, in modo tale che le stesse teorie freudiane, sebbene molto importanti per la genesi del romanzo, vengono utilizzate solo a livello culturale, come puri strumenti tecnici. Lo stesso Dottor S., che nel libro funge da portavoce di esse, è un personaggio più ridicolo che rispettabile. Svevo mediante la scrittura rifiuta la gabbia della scienza assunta come dogma e depositaria della verità vista in modo assoluto. La coscienza di Zeno fonda un modello di letteratura diverso, ma l’autore non ne è consapevole fino in fondo. Nel romanzo dominano l’imprevedibilità, l’ambiguità e perfino la falsità, dal momento che la memoria stesa da Zeno è sicuramente parziale e sviluppa solo i fatti utili alla sua causa essendo egli un nevrotico in cura analitica. Il romanzo è costruito su una rimozione: quella della verità. La verità è, per Svevo, l’equivalente della salute: due valori assolutamente privi di valore assoluto che sono sottoposti all’inevitabile svolgersi della vita. Alla verità lo scrittore contrappone la parodia, cioè il suo contrario. La verità implica l’immobilità, la parodia il movimento.

L’unico senso de La coscienza di Zeno è quello del movimento, del rovesciamento costante, dell’instabilità costitutiva del mondo e della scrittura, ed è un senso alla cui costruzione è chiamato interrogativamente il lettore. La dialettica tra malattia e salute è un altro dei motivi centrali del romanzo, anch’esso ambivalente ed in continuazione slittante dal piano fisiologico a quello psicologico. La “salute”, cui aspira il comportamento borghese, non può per lui, essere assenza di coscienza. Una salute come quella della moglie si configura dunque come una malattia e la malattia, intesa come acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé e del proprio rapporto con la multiforme varietà del reale, è invece la rischiosa e produttiva “salute”, di cui ci dà testimonianza questo problematico personaggio. Zeno-Svevo ci vuole forse dire che per vivere in pieno la propria umanità è necessario avere coscienza della propria coscienza. In questa prospettiva scrivere si propone come un vero esercizio della salute, perché implica la riflessione che conduce o per lo meno avvicina alla verità di sé e del proprio rapporto col reale.